UNA GIORNATA COMPLICATA
O/S di Paola Barberio
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Finalmente sola!
Eh già. Non è una fortuna che capiti molto
spesso dato che io, Isabella Marie Swan, alla veneranda età di trentacinque
anni, vivo ancora in famiglia. È una gran cosa non pagare l’affitto e trovare
il pranzo pronto tornando dal lavoro. In più i miei genitori non hanno mai
avuto un’anima da vagabondi neanche da giovani, figurarsi adesso!!
Comunque, com’è come non è, quest’anno i
miei hanno deciso che era giunto il momento di andare a trovare i conoscenti
che stanno a Chicago, mia sorella Rosalie è in tournee con la compagnia
teatrale e… conclusione, mi hanno lasciata, convalescente dal solito
raffreddore, tutta sola a far Natale in compagnia del cane e dei gatti.
Però sono felice!!
Beata solitudine, sola beatitudine.
Dopo un pranzetto da fame a base di
surgelati (fosse che fosse la volta che riesco a dimagrire buttando giù qualche
chiletto di troppo) metto mano al computer. Non che sia particolarmente
fanatica o maniaca ma, il fatto di usare ancora la prima versione di Win 98, mi
sta riempiendo di complessi di ogni genere. Malgrado i vari amici esperti mi
sconsiglino vivamente il salto nel buio, decido di passare a XP. Estraggo la
versione piratata, la inserisco nel lettore e… chiudo gli occhi.
Sicuramente l’Apocalisse è in agguato.
E Apocalisse è davvero!!!
Meno male che ho la possibilità di salvare
la baracca reinstallando la versione precedente. Trattengo il fiato, rivolgo il
pensiero a tutti i santi e… speriamo che il Cielo me la mandi buona.
Il Cielo è clemente ma, sicuramente per
punirmi di aver peccato ripetutamente di lussuria al cospetto della mascolina
beltà dell’attore del momento, mi cancella dal desk un primo piano da sala di
rianimazione di lui nei panni del suo mitico Britanno.
E adesso che faccio?
Non dovrebbe essere difficile rimettere le
cose a posto. Documenti… immagini… il mouse si muove velocemente sul tappetino
alla disperata ricerca del suo bel faccino ma… niente da fare: la foto incriminata
se l’è inghiottita il nulla.
Naturalmente di chiedere consiglio
all’amico esperto non se ne parla neppure. L’individuo forse non è in casa e,
anche se fosse, è talmente serioso che mi giudicherebbe senz’altro male. Certo,
è tardi per piangere sul latte versato ma mi fa una rabbia…
Mi butto sul divano decisa a sonnecchiare
un pochino. La pennichella pomeridiana non rientra nelle mie abitudini ma non
mi sono ancora del tutto ripresa da una sindrome para influenzale (quella vera non
la becco, faccio il vaccino ma di influenze finte me ne incamero in media
quattro o cinque l’anno) che mi ha letteralmente messa ko.
Naturalmente non sonnecchio anche perché
l’immagine malinconica del Britanno mi balena davanti agli occhi, monito e
rimprovero alla stupidità della sottoscritta. E ripenso a quella bellissima
foto, grande quanto tutto lo schermo, mezzo profilo, sguardo un po’ di
sottecchi, tunica sbrindellata e scollacciata con vista sul vello pettorale… e
quel collo…
Ok… è giunto il momento di confessare.
Ebbene sì! Sono cotta e stracotta (ho il computer
pieno di sue fotografie) dell’attore che ha dato i connotati al più bel barbaro
della storia: Edward Cullen. Il giovane attore ventottenne strafigo è stato
scelto per interpretare l’eroe di un libro scritto da una giovane leva della
letteratura, una certa Patzis Mylust… (si farà… sono sicura che si farà e non
solo lei a dire la verità!!) e io, che tra l’altro porto lo stesso nome della
donna amata e odiata dal Britanno, tale Isabella regina dei Briganti, potevo
restare immune al fascino di questa storia che già mi aveva travolta sulla
carta dopo che quel dio che risponde al nome di Cullen gli ha dato forma umana
tangibile? Ops… ma ora che ci penso: anche lui si chiama come il protagonista
del film. Coincidenze??
E di nuovo, aver perso la sua immagine
strafiga come screen del mio desk mi sta facendo salire rabbia a non finire.
Travolta da questo destino ingrato mi assopisco
mio malgrado ma il sonno non dura che cinque minuti perché vengo svegliata di
soprassalto da un infernale clangore metallico. Sicuramente qualcuna delle
pignatte d’epoca, che fanno bella mostra di sé appese nel tinello, è cascata a
terra.
Tiro giù un paio di accidenti e, nonostante
la testa mi giri a mulinello, mi rimetto in piedi.
Il cane. Dove cazzo è finito il cane? Perché
non si è messo ad abbaiare malgrado quel fracasso? In altre circostanze lo
avrebbe fatto, no?
Non riesco neppure a pensare che strano! proprio perché di strano non
c’è niente in quanto il mio sembrerebbe un cane a tutti gli effetti: ha una
bella pelliccetta riccioluta, gli occhi allegri, la lingua penzoloni e la coda
sempre in movimento. Come tutti i cani.
Ma il mio non è un cane. È una puttana.
Entrasse Jack lo squartatore lui lo
accoglierebbe con feste degne della miglior causa.
Peggio per
te!!!, mi
dico. Se invece che un bel barboncino avessi scelto un rottweiller non avresti
avuto di questi problemi perché certamente quello non accoglierebbe gli
sconosciuti con gran leccate e sventolii di coda.
Effettivamente l’idilliaco quadretto che si
materializza sotto ai miei occhi è quello del barbon-puttana intento ad
elargire, a un perfetto sconosciuto, feste degne del santo patrono. Mancano
solo le bancarelle e i fuochi d’artificio.
Lo sconosciuto contraccambia, evidentemente
gli piacciono i cani. E io, nascosta dietro il vetro accanto alla porta
d’ingresso, strabuzzo gli occhi. Il tipo, che vedo da dietro, è alto, spalle
enormi, i capelli corti color caramello e un deretano che pare scolpito da Fidia.
Io, cretina, invece di svignarmela alla
chetichella e chiamare il 911 con il cellulare, sto lì a guardarlo domandandomi
chi sia, cosa ci faccia in casa mia e, soprattutto, perché sia conciato in quel
modo. Per quanto ne so e a quanto vedo, potrebbe essere un alienato scappato
dal manicomio più vicino. Uno di quelli da barzelletta convinti di non essere
quello che sono ma Napoleone, Garibaldi, Gesù Cristo… Questo, che gira con le
cosce di fuori e i sandali ai piedi nel pieno dell’inverno, che ha il torace
fasciato da cinghie di cuoio e le catene ai polsi… sicuramente deve credersi il
Britanno.
Apro piano la porta e lui si gira.
- Ave, domina! – mi fa con la faccia seria,
la destra alzata e la sinistra sul petto, in una specie di parodia del saluto fascista
di cui racconta mio padre.
O non è che… è pazzesco! Eppure… eppure…
- Sum Edward dei Catuvellauni, dux
Britannie –
Mi sto scimunendo o cosa?
La foto che campeggiava sul desk del mio
derelitto computer ha preso corpo e ora… campeggia sulla veranda di casa mia.
Sì! Sto decisamente fuori di cervello
perché i principi di Britannia non escono dai pc e ti piombano in casa mentre
ti stai godendo la beata solitudine.
-
Mea domina, noli timere… -
Cavolo!
A me lo dici!? Io sono una che ha fifa perfino della sua stessa ombra!! E che
mi succede? Di ritrovarmi sola in casa… anzi no… sono in compagnia di un
perfetto sconosciuto che sicuramente ha qualche venerdì fuori posto e,
altrettanto sicuramente, è più forte di un bue e senz’altro in grado di schiacciarmi
tra l’indice e il pollice neanche fossi un brufolo.
Eppure
lo guardo e non mi fa paura. Anzi,
penso, speriamo che non sia
un’allucinazione. Perché se questo non fosse, gli procurerei seduta stante
dei vestiti decenti, lo porterei fuori e mi pavoneggerei in giro per far
crepare di invidia tutte le femmine del circondario.
È
bellissimo: lineamenti delicati, profilo perfetto, occhi verdi, mascella forte
e mento volitivo incorniciati da una barbetta curata, un paio di spalle larghe
quanto un armadio a quattro ante e… taciamo sul resto!!
È
lui.
È
proprio la foto di Edward Cullen che riempiva l’intero desk del pc e che si è
materializzata in virtù di chissà quale benedettissimo fenomeno o sortilegio su
cui non ho nessuna intenzione di stare ad indagare.
Appurato
che il tizio, come ci si aspetterebbe da uno schiavo romano, parla solo il
latino (forse anche il greco ma purtroppo per lui e per me qui in America non
sono lingue obbligatorie) lo mollo sulla veranda e mi scapicollo su per la
scaletta che porta al solaio e, da un baule che contiene i miei vecchi libri di
scuola, estraggo il mio glorioso dizionario di latino dei bei tempi. Potrebbe
tornarmi utile visto che, la mia passione per le lingue, mi ha portata a una laurea
in Lettere ad indirizzo linguistico filologico, con tre esami di latino (appunto)
brillantemente superati.
Questa
lingua morta è una gran brutta bestia, difficile da imparare e facilissima da
dimenticare. Innanzitutto, insegnando nelle scuole medie, è da un po’ che non
lo esercito e poi beh… il latino non è una lingua con cui ci si possa lanciare
in grandi conversazioni (soprattutto se sono passati qualcosa come duemila anni
da che era diffusa). Va analizzato e decifrato. Prima bisogna cercare il
predicato… poi il soggetto… e inevitabilmente il pensiero corre al soggetto che
mi aspetta di sotto.
Avrà fame, penso. E dovrò in un modo o nell’altro escogitare
la maniera di liberarlo da quelle catene, procurargli dei vestiti decenti…
sottotitolarlo alla pagina 777 di televideo…
Torno
di sotto e vado nello studio.
Che cazzo ci faccio qui?
Sono
confusa. Non so che fare, che dire. Sono nel panico.
COGITO, ERGO SUM!, mi dico.
Devo
procurarmi una chiave adatta per poterlo liberare da quelle dannate catene
senza essere costretta all’intervento di un fabbro e a subire un più che
probabile terzo grado. O magari una visita del comandante della polizia, nonché
mio padre (sarebbe capace di precipitarsi da Chicago con uno schiocco delle
dita se sapesse) con conseguente incriminazione per sequestro di persona.
Oddio!!!
Mettiamoci nei panni di chiunque. E chi non lo sarebbe, curioso o sospettoso,
dinanzi alla rispettabile professoressa quale sono che si presenta in compagnia
di un fusto ammanettato e con le cosce di fuori tre giorni prima di Natale?
Ma
torniamo al problema principale: come lo libero dalle catene?
Ci
sono!
Proverò
con una forcina per capelli: a scuola mi ha tolto dai casini tante volte quando
le microscopiche chiavette dei nostri professorali stipi, più delicate del
cristallo di Boemia, si storcevano e si spezzavano similmente alle linguette
dello scatolame.
Speriamo
bene! E poi?
Dovrò
dargli da mangiare! Sicuramente non ci vede dalla fame e un uomo della sua
stazza non credo proprio che mangi come un canarino anoressico.
Sì
va bene, ma insomma!! Che gli do a un antico romano? Una scodella di latte? E se
fosse allergico al lattosio?
Pasta
al sugo? Non credo che la troverebbe appetitosa e già me lo immagino storcere
il suo bel naso paragonando la pietanza a un piatto di lombrichi annegati nel
sangue.
E
se provassi con qualche cioccolatino, tanto per rompere il digiuno? Noooooo!! Lui,
che è nato moooooolto prima del 1492, non sa qual sublime delizia sia la
cioccolata e potrebbe paragonarla, per colore e consistenza, alla cacca… il Cielo
non voglia!!
Pomodori,
cioccolata, patate… non riesco a farmi venire in mente cibi antecedenti la data
fatidica della scoperta dell’America che venissero consumati nel vecchio
continente. Più incasinata della Lehman Brothers Holdings Inc. torno nel
tinello e lo trovo seduto sul divano.
Mi
avvicino e, allungando una mano, gli faccio capire di porgermi le sue perché
possa liberarlo. Comincio ad armeggiare borbottando per lui parole senza senso
ma per me chiarissime (ce l’ho col mondo intero!!) quando finalmente, e come
prevedevo, la forcina riesce ad aprire quelle catene pesanti.
Almeno
una cosa è fatta.
Mi
guarda negli occhi e mi sento le gambe di gelatina. Cazzo, ma chi ti ha mandato qui da me? Fammi quello che vuoi.
Chiudo gli occhi, allungo il corpo proiettandomi verso di lui e sporgo le mie
labbra in attesa del suo bacio di ringraziamento… che non arriva.
Sento
solo la sua voce maschia ringraziarmi e, aperti gli occhi, lo vedo: le mani
finalmente libere, si mette a giocare con il cane. La piccola puttana,
naturalmente, gradisce.
-
Il tuo cagnolino è molto carino – mi dice ovviamente in latino.
Raccolgo
le mie reminescenze e rispondo:
-
Il mio cagnolino non fa i bagno da tanto tempo e puzza come un gregge di capre…
–
Per
farla breve, dato che apprezza così tanto la sua compagnia, decido di lasciarlo
solo con il cane, di mettermi un po’ di soldi in tasca e andare a comprargli
qualcosa di decente da mettersi addosso. Qui non c’è nulla di adatto a lui
anche perché l’unico uomo di casa, mio padre, è alto la metà di lui e largo un
quarto se paragonato a questo Dio.
In
paese c’è un negozio di abbigliamento e calzature che liquida per cessata
attività. Andrò lì, sperando di trovare roba a buon mercato e di non suscitare
la curiosità malsana del signor Newton che mi conosce da quando ero alta così e
sicuramente si domanderà che diavolo ci faccio di tutti quei capi maschili
extralarge, calzini e intimo compresi, che sto acquistando. Il paese è piccolo
e la gente mormora. Tanto per cambiare.
Per
lo stesso motivo, prima di andare, invito il mio ospite a non uscire. Per
nessuna ragione. Casa mia rimane abbastanza isolata, al limitare del bosco, e
costeggia una strada poco trafficata. Ma non si sa mai anche perché, sapendo
che sarò sola in questi giorni di festa, potrei incorrere in un discreto viavai
di vecchiette petulanti e impiccione le quali, notando il tizio vestito come un
domatore del Circo Orfei nei pressi di casa mia, formulerebbero le congetture
più strane circa i rapporti intercorrenti tra il suddetto domatore e la
sottoscritta. Non sia mai che mi prendano per Anastasia Steele che con frustini,
manette e domatori… ops… volevo dire dominatori, ha un certa dimestichezza.
Oddio
che malsano pensiero!!! Soprattutto se consideriamo il fatto che, il già citato
attore dei miei sogni, quell’Edward Cullen, sempre lui… si è cimentato anche
nel ruolo del dominatore assoluto dell’universo femminile. Il supersexy
Christian Grey, colui che ti possiede fino allo sfinimento e ne vorresti
comunque ancora…
No
va beh… diamoci un taglio o non rispondo di me.
-
Edward… - lo chiamo. – Noli exire! -
Lui
mi fa un cenno solenne di assenso con la testa e mi tranquillizzo. Ma solo fino
a un certo punto.
Comunque
sia, esco. Salgo sul mio pick up, metto in moto e mi avvio verso il centro con
in mente scene di sesso spinto che mi costringono a serrare le cosce nonostante
le gambe mi servano per guidare.
Svaligiati
gli scaffali sotto gli occhi del caro vecchio signor Newton, curioso come una
scimmia ma sicuramente felice del fatto che qualcuno gli abbia rimpinguato le
casse e liberato il magazzino, carico la mercanzia sul mio trabiccolo e me ne
torno a casa sperando di averci azzeccato con le misure, tanto più che la merce
acquistata per cessata attività non si cambia, ovviamente.
Sono
stata via meno di un’ora per sbrigare l’incombenza e adesso, in scarpe da
tennis, giubbotto, jeans e maglione finto irlandese, il mio bel barbaro potrà
anche uscire alla luce del sole in compagnia della sottoscritta, che non vede
l’ora di esibirlo davanti alle amiche invidiose e, perché no? farci anche
qualcosa di più divertente.
Mi
passo la lingua sulle labbra al solo pensiero di ciò che potrebbe farmi, o che
IO potrei fargli, e di riflesso la mia intimità si contrae costringendomi a
serrare le gambe un’altra volta.
E
il tuffo nei porno-pensieri è automatico.
So
per certo infatti che il sesso per gli antichi romani era considerato un dono
benevolo degli dei sul quale gli uomini non avevano il pieno controllo. Dal
comportamento anche troppo morale in pubblico, erano totalmente privi di
inibizioni nella vita privata. Parliamoci chiaro: i romani vivevano in una
sorta di società sado-maso dove la sottomissione degli altri era all’ordine del
giorno. Potevano comportarsi in maniera diversa con il sesso? Ovvio che no. Prendiamo
come esempio del comunissimo sesso orale (e qui già mi vedo inginocchiata
davanti al mio dio barbaro!). Questo era visto come una forma di sottomissione
e controllo: era considerato un atto passivo e sottomesso, se lo subivi, mentre
riceverlo era attivo e di controllo. Una perfetta immagine di Master e Slave.
-
Cazzo!!!- impreco, ancora presa dalle mie visioni perverse, inchiodando solo
grazie ai miei riflessi giusto in tempo per non investire una vecchia signora.
Al
volante non sono un’emula di Barrichello, non mi piace correre e se posso farne
a meno, rinuncio volentieri a guidare. Soprattutto non dovrei cimentarmi
affatto quando ho pensieri simili che governano mente e corpo.
Comunque
sia, la vecchia in questione (che di solito è tutt’altro che imprudente) stavolta
mi si è quasi buttata contro. La riconosco. È la zia della mia amica Angela,
una settantenne ancora arzilla e, ahimé, devotissima. Casa e chiesa per
intenderci.
Scendo
di corsa dalla macchina per paura che infarti per lo spavento (anche se me lo
sono preso più io che lei a quanto vedo!!) e mi viene incontro a braccia
aperte. Invece di inveirmi addosso perché per un pelo non l’ho investita, in
maniera quasi isterica mi racconta, occhi al cielo sbatacchiando la dentiera
manco fossero le nacchere di Joaquin Cortes, che ha visto sant’Efisio martire
guerriero fermo davanti al portone di casa mia e sta andando a riferire del
miracolo a tutto il paese.
Cerco
di far mente locale su chi sia ‘sto cazzo di sant’Efisio e poi la mente si
snebbia. È stato un legionario africano martirizzato nel IV secolo e intuisco
quel che è accaduto.
Cazzo!! Ha visto il
barbaro!
Mi
affanno a calmare l’isterica vecchietta cercando di farle capire che il
belloccio in casa mia non è affatto sant’Efisio ma uno degli amici attori di
mia sorella con addosso ancora il costume di scena. Lei ci rimane male ma va
via convinta dalla mia spiegazione, grazie al cielo.
Salva
per miracolo!!
Infilo
la chiave nella toppa proponendomi di prendere a parolacce l’impiastro
infischiandomene delle dimensioni dei suoi bicipiti e del fatto che, nell’arena,
sterminasse gli avversari neanche fossero formiche. Tanto A ME (come dicono
certi miei alunni) non mi stermina nessuno. Questo è sicuro.
Insomma
apro la porta, attraverso il tinello e… lo trovo in cucina seduto a tavola. Un
paio di piatti sporchi e qualche avanzo mi lasciano supporre che abbia
mangiato. E che si sia servito da solo.
-
Ho tentato inutilmente di chiamare le ancelle e gli schiavi… – dice nel suo
idioma e io rinuncio all’idea di spiegargli che in questa casa non ci sono schiavi
ma semplicemente una donna delle pulizie che, una volta a settimana, aiuta mia
madre nel disbrigo dei lavori pesanti.
Lui
mi dice cha ha aperto armarium clarum et
glaciei plenum (quell’armadio luminoso e pieno di ghiaccio) e si è servito
da solo.
Lo
apro a mia volta e, con orrore, scopro che si è mangiato una scaloppina
avanzata a pranzo destinata ai gatti e un piatto pieno di bietole bollite su
cui ha versato un vasetto di yogurt alla fragola. Ha apprezzato il cibo ma non
la mezza bottiglia di Belté alla pesca dimenticata lì dalla scorsa estate.
-
Il cibo era buono ma la bevanda sembrava piscio di cavallo – specifica.
Grazie
a seri ed approfonditi studi in merito, oggi sappiamo che i Romani mangiavano
tremende porcherie. Quindi non mi meraviglia che il mio ospite si sia potuto
spazzolare un piatto di bietole fredde allo yogurt e l’abbia trovato pure
saporito.
Richiudo
il frigorifero solo per girarmi e, con terrore, scoprire che è sparito. Mi
dirigo nel tinello (anche perché in un decimo di secondo dove può essere andato
di così lontano?) e lo vedo comodamente piazzato sul divano. E ora sono
veramente sconvolta.
La
TV è accesa.
È
stato, fuor da ogni ragionevole dubbio, lui ad accenderla ed ora se ne sta lì,
impalato davanti all’apparecchio, in estatica contemplazione delle figurine
parlanti e semoventi.
-
Gratias ago Manibus, Laribus et Penatibus (Lari, Mani e Penati, vi rendo
grazie…) -
E
così, dalle parole del suo ospite venuto dal passato, la sottoscritta ha potuto
apprendere una verità sconvolgente: i numi tutelari della sua casa sono: Tim
Russert, Oprah Winfrey e gli onnipresenti David Letterman e Jay Leno.
Vorrei
sotterrarlo di contumelie ma non ci riesco e non certo perché ho paura della
circonferenza dei suoi bicipiti o dei suoi trascorsi di macchina preposta per
ammazzare. A vederlo così indifeso e smarrito, alle prese con le meraviglie del
XXI secolo, mi fa tanta tenerezza. Un po’ come quei poveri pitbull che,
sottratti alla brutalità dei combattimenti e trattati come si deve, si rivelano
infine dolci e coccoloni.
Domani, dico tra me e me, lo porto a fare un giro in macchina.
Anche se non so come farò a spiegargli che il grazioso e comodissimo, anche se
un po’ puzzolente e decisamente claustrofobico, trabiccolo di metallo rosso
sbiadito con i sedili imbottiti non cammina grazie ai cavalli che gli si
aggiogano davanti ma quelli che ha dentro. I quali non mangiano biada bensì un
oliaccio maleodorante noto con il nome di benzina.
Accidenti, penso, non sarebbe stato meglio se dal pc, invece
che quest’impiastro di antico romano, fosse uscito Gherard, l’affascinante
medico senza frontiere con una gamba sola o quel traditore di Andrew? Forse
anche il veterinario circense o il pittore strampalato, benché d’epoca pure
loro, sarebbero stati più gestibili di quest’affare qui… e perfino il Senior
tutto sesso e niente rispetto o il peccatore redento o Mathias, l’escort dolce
e fragile che mi ha rubato l’anima più di ogni altro. Uno qualsiasi dei mille personaggi
a cui quel gran figo di Edward Cullen ha dato anima e corpo sarebbe andato
bene… anche quello stupido vampiro vegetariano… ma lasciamo perdere.
Mi
avvicino e gli chiedo se vuol fare un bagno. Respiro di sollievo al cenno
affermativo con cui risponde alla mia domanda perché emana un discreto lezzo di
sudore umano e forse anche equino da cui non sono particolarmente disturbata,
anzi, ci siamo capiti via… ma che potrebbe disturbare eventuali rompiballe che
si facessero venire la poco felice idea di passare a trovarmi.
Così
salgo in bagno e gli riempio la vasca di acqua calda e bagnoschiuma, di quello
per neonati. Accendo il caldobagno e… accidenti,
mi dico. Bisogna che gli raccomandi di
non toccarlo con le mani umide. Quando è tutto pronto lo chiamo.
Arriva
in tutta la sua magnifica mascolinità e alza le braccia verso di me perché
possa slacciargli la corazza. Non mi passa neanche per l’anticamera del
cervello di protestare dicendo che non sono la sua ancella, perché solo l’idea
di potergli mettere le mani addosso mi provoca vibrazioni in tutte le parti del
corpo che di norma reagiscono al tocco di un uomo. E questo ci riesce senza
manco sfiorarmi!!!
Quindi
lo libero, con una certa difficoltà, dall’aggeggio che mando a ruzzolare giù
dalla scala, e poi lo contemplo con gli occhi sgranati, come una deficiente.
Dal sorriso che mi elargisce e dal bendiddio che mostra, suppongo sia abituato
a suscitare questo tipo di reazione nelle femmine e io, in questo momento, sono
molto femmina… femmina in calore.
Da
quella tunica senza maniche abbastanza sbrindellata da far sì che gli scalfi
gli arrivino fino alla vita, spuntano certi muscoli scolpiti e una pelle dorata
dal sole tali da tentare perfino la madre superiora di un convento di clausura.
E quando si toglie anche quella… beh… meglio che stia zitta! Anzi no. Dico solo
che mi si piegano le ginocchia… e torno a pensare al Master e Slave. Ricordate?
-
Accede! - gli faccio ritrovando la voce e indicando la vasca.
Lui
si guarda in giro perplesso, accenna alla tazza del wc che chiama latrinam (cesso) ma dimostra di non
avere idea circa il possibile utilizzo del lavabo e del bidet. Cerco di
spiegarglielo, a tozzi e bocconi, quindi lo invito nuovamente ad entrare nella
vasca salvo poi rendermi conto che non si è ancora liberato del subligaculum, la mutanda dei nostri
gloriosi antenati.
A
salvaguardia del mio e, soprattutto, del suo pudore mi giro e così rimango
finché un robusto splash non mi
informa che si è immerso nell’acqua. Allora mi volto lentamente e vado a
scontrarmi con due occhi verdi intensi che mi scrutano lasciandomi la sensazione
di essere nuda anch’io.
Mi
avvicino come calamitata da quello splendido esemplare di maschio e comincio a
strofinargli la schiena e insaponargli i capelli: non sia mai che tra quei
deliziosi riccioletti color caramello abbia trovato asilo qualche pidocchio!!
Lo
sento gemere sotto il tocco delle mie dita e non vi sto manco a dire quel suono
cosa mi provoca in mezzo alle gambe.
Gli
tiro indietro la testa e gli sciacquo la folta criniera. Di fronte a questo
fusto dagli occhi teneri coperto soltanto di schiuma, sono riuscita a
mantenere, fino a questo momento, un encomiabile sangue freddo… in apparenza.
Perché prima che possano propormi per una medaglia al valor civile, la
tentazione di chinarmi e baciarlo sulla spalla piena e nerboruta prende il
sopravvento.
Mi
chino e lo faccio.
Assaporo
con la bocca il punto in cui il suo collo si sposa con la spalla e succhio. Con
fusa degne del più raffinato tra i miei gatti, mi fa capire che gradisce. Eccome!!
Mi lascia fare fino a quando sento cinque possenti dita afferrarmi per il
collo, staccarmi da lì e portarmi su due labbra morbide e voraci che si
attaccano a ventosa alle mie. Sento la sua lingua forzarmi la bocca (che non
gli resiste per un cazzo) e, con la mia, dare vita ad una danza di esplorazione
reciproca.
Non
so di preciso come accade, ma resta il fatto che un attimo dopo sono seduta su
di lui, a gambe aperte, pienamente consapevole di ciò che ho sotto di me: un
gladio di carne calda e pulsante che non aspetta altro che farsi strada dentro il
mio corpo.
Le
sue mani strappano letteralmente tutto ciò che ho addosso e poi le sento
accarezzarmi la gola e soffermarsi sui miei seni in una carezza sensuale.
Mugolo di piacere mentre lui gioca con i miei capezzoli duri come sassolini.
Chiudo gli occhi e sospiro quando la sua mano scende lungo le cosce e risale
fino al fulcro del mio desiderio. Le sue dita scostano lo slip e aprono le
pieghe del mio sesso per poi infilarsi pronte a darmi piacere.
-
Te relaxa, mea domina! (Rilassati, mia signora!) – mormora entrando e uscendo
le dita dalla carne umida e bollente della mia femminilità.
Il
primo orgasmo mi lascia senza fiato e mi aggrappo ai bordi della vasca per non
svenire dall’intenso piacere che il Britanno mi ha regalato.
Quando
riapro gli occhi, lui mi sta guardando intensamente, con i suoi dilatati
dall’eccitazione e un sorriso sornione sulle labbra.
Comincio
ad esplorare il suo corpo muscoloso meta di tanti sogni erotici e mi soffermo
sui capezzoli, come lui ha fatto prima con me, e non gli do tregua fino a che
non lo sento gemere. La sua erezione cresce tra le mie gambe e credo di
impazzire. D’istinto comincio ad ondeggiare il bacino su di lui mimando l’atto
sessuale e le sue mani strappano l’ultima barriera tra di noi. Ed è carne
contro carne.
-
Cazzo, Edward! Impazzirò così! –
Ovviamente
non mi passa minimamente l’idea di parlargli in latino ma credo che lui capisca
lo stesso dato che sul viso gli si apre un sorriso malizioso di una bellezza
mai vista prima.
Puntando
i suoi occhi dentro i miei sento due dita entrarmi dentro da dietro e il suo
cazzo spingersi finalmente nella mia intimità. E lo fa lentamente (anche perché,
fosse stato diversamente, mi avrebbe letteralmente spaccata in due, tanto lo
sento grosso!!) e questo mi permette di assaporarlo centimetro per centimetro
mentre prende il totale possesso delle mie carni.
Quando
è tutto dentro butta fuori l’aria in un sospiro roco gettando indietro la
testa.
-
Incredibilis est! (Stupefacente!) -
La
sua voce arrochita dal piacere è un incentivo per me che sento la mia carne
contrarsi attorno alla sua. Comincio a muovermi su di lui, lentamente,
alzandomi per farlo scivolare piano e per poi schiantarmi su di lui
inghiottendolo di nuovo prima che il glande faccia capolino all’esterno. Le sue
mani avvolgono le mie natiche costringendomi ad un ritmo più serrato. Si spinge
dentro di me facendomi dimenticare tutto il resto.
Mi
allungo appoggiando la schiena sulle sue gambe piegate a metà e lo sento tutto,
fino in fondo. Lui continua a spingere mentre la sua bocca famelica è tornata a
divorare i miei seni ed è in quel momento che la potenza del mio orgasmo
esplode come un uragano. Mi lascio andare al suo abbraccio mentre anche lui
viene copiosamente dentro di me ringhiando come un animale. Lo stringo forte
schiacciando il suo viso contro il mio petto e lui mi avvolge totalmente con le
sue braccia accarezzando tutta la schiena.
Ancora
persi l’uno dentro l’altra veniamo interrotti dal suono insistente del
campanello.
Sono
indecisa se maledire o benedire il rompiballe. Maledire perché sto così bene
con lui dentro di me e benedire perché… cazzo! Non doveva finire così… e poi
senza protezione… venirmi dentro… una pazzia!
Il
suono continua senza sosta ed Edward mi fa cenno di andare. Mi alzo da lui
sentendolo scivolare fuori ancora grosso e teso. Mi avvolgo l’asciugamano
addosso e scendo di sotto.
Dai
vetri scorgo la figura di Jessica, la mia vecchia amica che vedo poco, da
quando si è trasferita in città. Quando torna al paese, cosa che fa abbastanza
malvolentieri, non manca mai di venirmi a trovare.
La
conosco da una vita. È piena di difetti: conformista, perbenista, altezzosa,
snob, della serie l’abito fa il monaco eccome, specialmente se è firmato, ma in
fondo è una brava ragazza e mi fa pure un po’ pena.
Dalla
morte di sua madre, avvenuta quando eravamo poco più che ventenni, si è
trasferita a Seattle presso due cugine (decisamente più vecchie di noi) che
hanno i suoi stessi difetti ma centuplicati. Lavora con loro nella gestione di
un atelier da cui escono abiti da cerimonia e da sposa. Le deliziose cuginette
la tiranneggiano ma, grazie a tutti i soldi che hanno, le permettono di
soddisfare gli unici interessi che Jessica ha sempre avuto nella vita, ossia
gioielli, pellicce e buona società.
Nessuna
ha trovato un uomo con cui spassarsela: francamente non sono un granché, hanno
un caratteraccio e una caterva di pretese. Ma, mentre le cugine vivono lo
zitellaggio come una benedizione, Jessica vorrebbe disperatamente sposarsi. Per
tanti motivi: secondo lei una donna non si realizza senza un marito e il
matrimonio è l’unica via possibile per poter scopare. Lei, sulla cui vita
incombe oltre al resto, pure l’ombra ingombrante di uno zio prete di quelli
vecchio stampo, non può permettersi un comportamento che non sia, a parer suo,
ineccepibile. In ogni caso, dato che è anche di gusti difficili, l’uomo non lo
trova e a, tutt’oggi, è una zitella trentacinquenne ancora illibata, allo
stesso tempo attratta e spaventata da certe faccende.
Le
apro la porta sperando che il mio aspetto dismesso le dica quanto sia
inopportuna la sua visita. Invece si precipita dentro casa travolgendomi con una
serie infinita di parole.
-
Ciao, come stai? - baci e abbracci. - Ti piace la mia nuova pettinatura? E la
borsetta? Il girocollo? La pelliccia? –
IO ODIO LE PELLICCE!!!
Tenendomi
stretta l’asciugamano, la guardo con compatimento e penso: se sapessi chi c’è in bagno ti piglierebbe un coccolone… e se solo
sapesse cosa ha interrotto… ma meglio che non le dica niente. Ai suoi occhi
passerei per una libertina incallita e mi toglierebbe seduta stante il saluto.
Anzi, debbo addirittura inventarmi a tamburo battente che, quelle su cui per
poco non è inciampata, sono le catene da neve della macchina e, la corazza del britanno,
un trasportino per gatti. Ovviamente tutto ignorando il fatto che potrebbe
domandarsi a cosa mi servano le catene da neve in salone e quanto scomodo debba
starci un gatto in un trasportino come quello.
Mentre
mi sorbisco con stoicismo le geremiadi di Jessica, penso al povero Edward a
mollo da quasi venti minuti e ridotto sicuramente alla stregua di una fava. Ma
siccome non c’è limite al peggio, la disgraziata mi fa:
-
Mi è andato qualcosa in un occhio. Posso…? –
-
Sì, puoi – le faccio di rimando soprapensiero e lei si precipita in bagno.
Quando
me ne rendo conto è tardi e il danno è bell’e fatto.
-
Ah… ecce lavationis ancilla… (ecco la serva addetta al bagno) – gli sento dire
quando la vede avendola scambiata per la schiava che dovrebbe provvedere ad
asciugarlo e rivestirlo.
E,
onde facilitarle il lavoro, esce dalla vasca. Lei, in presenza di cotanto
maschione con le vergogne (di cui non ha invero alcuno motivo di vergognarsi)
all’aria, caccia un urlo e crolla tramortita sul pavimento.
La
scena che mi si presenta davanti agli occhi quando giungo in bagno anch’io, è a
un tempo sconvolgente e grottesca. A terra un fagotto di ossa, capelli stopposi
color carota ai quali neppure il parrucchiere più esoso della città è mai
riuscito a conferire sembianze umane, completino di Missoni e stivali di Ferragamo
si contorce in preda a una crisi isterica. In piedi, nudo come un verme ma
bello come un dio, con l’aria colpevole di un cucciolo di labrador che ha
mangiato la salsiccia ed è stato sgamato dal padrone, se ne sta il glorioso
principe britanno, roba da far rivoltare nella tomba la buonanima di Claudio.
-
Indue vestiarium! (Vestiti!) - ingiungo al disgraziato con un tono degno del
sergente scassacazzo di “Ufficiale e Gentiluomo”, gettandogli sui piedi
l’intimo, i jeans, i calzini e il golfone finto irlandese.
Naturalmente
non mi preoccupo di spiegargli come si mettono. Ho faccende ben più urgenti da
sbrigare. Afferro la povera Jessica per le ascelle, la trascino in salotto
(sorvolo sull’impresa per scendere le scale) e quindi la faccio sdraiare sul
divano. Meno male che la derelitta peserà sì e no quaranta chili.
Mi
allontano solo il tempo necessario per infilarmi qualcosa addosso e, quando
torno, vedo che si è ripresa. Mi guarda con aria torva e comincia il terzo
grado.
-
Chi era quello lì?
-
Un gladiatore – faccio io.
-
E che ci faceva nudo nel bagno di casa tua? –
Evitando
di guardarla, cerco di leggere nei suoi pensieri. Jessica ha la licenza media
presa a forza di calci nel sedere ma, avendo anche uno zio prete, il latino è
in grado non di decifrarlo ma perlomeno di riconoscerlo a orecchio. L’omaccione
a mollo nella vasca, a suo dire, non è affatto un gladiatore ma sicuramente un
prete pure lui. È noto infatti che spesso i sacerdoti cattolici usano un latino
semplificato per poter comunicare tra di loro quando non conoscono le
rispettive lingue (non per niente il Vaticano è l’unico paese al mondo che fa
ancora oggi del latino la sua lingua ufficiale). Va da sé quindi che ai suoi
casti e pudibondi occhi la sottoscritta, dopo il fattaccio, appare come
un’emula della protagonista di “Uccelli di rovo”, assolutamente indegna di
essere frequentata da una persona timorata e ben pensante come lei.
Morale
della favola: è la fine di una pluriennale amicizia.
Con
il morale sotto la suola delle scarpe, crollo a corpo morto sulla poltrona.
Avrei voglia di piangere ma invece sorrido quando Edward mi si presenta
davanti, mi prende tra le braccia e, dopo avermi sussurrato con il suo vocione
suadente Es mulier pulcherrima et nobili
set animus tuus (sei una donna bellissima e di nobile animo), mi bacia in
maniera possessiva stringendomi al petto.
Per
provare ciò che provo è valsa veramente la pena di affrontare tutte le
tribolazioni della giornata.
Oh, mamma! Come ti sei
conciato?,
penso non appena riesco a riprendermi da quel bacio. Ha il maglione alla
rovescia, il piede sinistro infilato nella scarpa destra e viceversa, la cerniera
dei jeans spalancata sugli slip… lo aiuto a darsi una sistemata e… indovina
indovinello: qual è il momento più divertente del restyling?
Lo
guardo. Vestito come un ragazzo qualsiasi è un autentico splendore.
Decido
di caricarlo sul pick up e portarlo a fare un giro con la segreta speranza di
incontrare qualche amica da far crepare di invidia. Ma dopo aver percorso poche
centinaia di metri, vedo la faccia di Edward diventare verde e sono costretta a
riportarlo indietro prima che mi vomiti le bietole, lo yogurt alla fragola e il
Belté sui sedili del mio macinino. Perché non mi sono portata appresso la Xamamina ?
Sono
frustrata dall’esperienza ma è ormai notte e una bella dormita non può che far
bene ad entrambi: a me poveretta, coinvolta in questa esperienza traumatica nel
pieno di un inverno gelido, sola e ancora convalescente da un robusto
raffreddore; a lui, impiastro catapultato dai fasti della Roma imperiale ai
casini del XXI secolo.
A
proposito: sicuramente non ha trovato di suo gradimento il giro in automobile
ma apprezza il calore dei termosifoni e soprattutto la luce elettrica.
Naturalmente non sto a spiegargli come funzionano quelle fantastiche lanterne
che non sono complicate da accendere, illuminano a giorno la mia casa e non
puzzano di olio rancido… anche perché non l’ho capito nemmeno io.
Preparo
il letto nella stanza unendo il mio a quello di mia sorella e lo rifaccio con
lenzuola matrimoniali. Non intendo lasciarmi sfuggire l’occasione di averlo
ancora addosso.
Lo
guardo con la coda dell’occhio spogliarsi e infilarsi sotto le coperte e penso
che quell’uomo, apparso in casa mia dal passato, è un’autentica, sontuosa
magnificenza di madre natura e mi sta tornando in bocca una certa acquolina…
Mi
sdraio al suo fianco e lui mi avvolge immediatamente con il suo calore
inebriante e il profumo della sua pelle. Mi cinge fra le sue forti braccia e
comincia a baciarmi il collo. Sento il suo naso scorrere lento sulla pelle
della spalla e la sua lingua disegnare piccoli cerchi umidi.
Mi
giro tra le sue braccia e gli accarezzo e sbaciucchio prima il collo poi il
petto. Allungo la mano fin giù, sotto la cintura, e lo prendo tra le mie dita.
È duro. È caldo. È pulsante. Sento tutta la sua voglia di farsi nuovamente
un’immersione dentro il mio corpo già pronto a riceverlo.
Mi
bacia, mi accarezza… mmmhhh la sua punta è sulla porta di entrata… e… e…
Cazzo cos’è? Cosa succede?
Apro
gli occhi giusto in tempo per vedere la barbon-puttana spalmarmi il suo
tappetino di saliva con la lingua lungo tutta la faccia ridestandomi, la mattina
del giorno dopo, proprio al momento culminante (ebbene sì… la cosa dura nei
pressi della mia intimità altro non è che una delle sue zampe!!), dall’incubo
più bello della mia vita.

Semplicemente fantastico! Ti ho sgamato quasi subito, da perfetta lettrice di gialli sin dalla tenera età (quando Geronimo Stilton non era ancora stato inventato e forse nemmeno l'autore era nato), ho subito pensato che altro non poteva essere che un sogno.
RispondiEliminaMa che magnifico sogno! Chi non si sarebbe approfittata di cotanta beltade?
Braverrima Paola! I miei 3 punti credo abbiano trovato casa.
JoTyP.
Carissima Jo... non sarebbe potuto essere altrimenti. Magari si riuscisse a far uscire dal pc l'attore del momento!!! Avrei la casa invasa di Robert in tutte le salse... e mio marito sbolognato fuori di casa...
EliminaGrazie comunque... sono contenta che ti sia piaciuta...
haHAHAHAHAHAHAHAHAH!!! e mi è toccato rileggerla!!!
RispondiEliminaQuesta è la Abbella più pazza di cui abbia mai letto! In assoluto!!! E' da ricovero!!! ahahahahahahahaah!!! quanto ho riso!!!
Deliziosa!!!!
-Sparv-
Credo di aver fumato molto pesante quando mi è venuta in mente 'sta cosa... ed è solo grazie a Patzis che sono riuscita a rifinirla nel modo migliore...
EliminaGrazie
E NOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
RispondiEliminaChe delusione :(
Scherzi a parte, non mi aspettavo un finale simile, ho pensato a un sacco di possibilità, ma non al sogno. Bravissima, l'hai resa talmente bella e coinvolgente che non ho avuto la possibilità di ragionare sulla follia.
E cosa vogliamo dire sui personaggi che hai elencato risvegliando fantasie selvagge (e non solo in Bella)?
Sei davvero bravissima Paola, complimenti.
E quali altre possibilità hai trovato se posso chiedere?
EliminaIo credo che anche il ritmo stesso degli eventi che sono concatenati sì ma senza una vera e propria logica aprano la strada all'unica soluzione possibile, cioè il sogno. Non credi?
Sono contenta di averti divertita e i personaggi... beh... sono innamorata di tutti perciò...
Ah ah ah ah ah fantastica!
RispondiEliminaDivertente, simpatica e frizzante!
Bravissima Paola...
carina l'idea del sogno...quasi quasi vado a fare un pisolino...ah ah ah
Baci
Moni
Grazie... :*
EliminaMi dispiace dirlo ma ti ho sgamato anch'io......avevo capito subito che era un sogno.....ma che sogno però......
RispondiEliminaNon sò cosa darei per ritrovarmi il Britanno nel salone di casa.....per non parlare degli altri che hai nominato....
Un idea davvero carina e un bellissimo omaggio alle nostre scrittrici alle quali mi sembra tu ti sia aggiunta!!!
Complimenti
Un Bacio
JB
Wow... essere aggiunta al panorama delle scrittrici è un azzardo però. Non ho l'esperienza delle altre ma spero di essere all'altezza per il futuro...
EliminaGrazie milla
Paola....questa OS è MERAVIGLIOSA!
RispondiEliminaSei stata bravissima....è divertente, spiritosa....un mix letale!
Ho riso un sacco e pure io come Jo, ti ho sgamata! Ma cavoli...sono arrivata fino alla fine sperando che non fosse così ahahaha. Davvero bravissima...
Sai che voglio davvero leggere qualcosa di più di te.....ti prego, facci il sacrosantopiacere di scrivere di più, di più, di più! Bravissima
Un abbraccio
aly