martedì 9 settembre 2014

DINDOLON - VERSO L'ISOLA CHE NON C'E' by Margherita Piselli



DINDOLON - VERSO L'ISOLA CHE NON C'È

O/S di Margherita Piselli

Mi ero trasferita a Seattle con i miei genitori da meno di due settimane, quando, guardando dalla finestra della mia camera, vidi in fondo al giardino un albero grande che aveva creato intorno a sè una zona vuota, come se gli altri alberi avessero paura di invadere il suo territorio. Ai miei occhi di bambina sembrò che quell'albero fosse il re del piccolo bosco. Sarei voluta andare a vederlo più da vicino ma ormai era tardi e non potevo uscire in giardino quando era buio.
Il giorno successivo mi misi di nuovo alla finestra a guardare quell'albero, fin quando potei scendere in cortile e mi diressi da quella parte. Da vicino vidi che quello non era un semplice albero. Aveva anche una bellissima casetta di legno e tre lunghe altalene attaccate ai suoi rami: due altalene di legno e una grande gomma dipinta di verde e sostenuta da tre corde. Quel posto era un sogno che diventa realtà per una bambina di cinque anni! Un sogno che impallidì quando mi accorsi che c'erano già dei bambini che giocavano intorno a quell'albero e io ero troppo timida per andare ad unirmi a loro, perciò mi voltai e corsi per tornare a giocare nella casetta di plastica del mio giardino.
Il pomeriggio successivo ero di nuovo a giocare nella mia casetta di plastica quando dalla mia finestrina entrò un bambino con gli occhi del colore dell'erba fresca e i capelli che erano quasi del colore del tramonto ma molto più luccicanti sotto il sole. Mi sembrò di vedere entrare Peter Pan da quella finestrina. E lui proprio come Peter Pan mi prese per mano e mi portò via dicendomi:
-Vuoi venire a giocare con me e i miei amici in un posto magico?
-Dove andiamo?
-Andiamo ai dindolon, sono la porta per l'Isola che non c'è.- Mi fece un sorriso bellissimo e indimenticabile. Da quel momento in poi lui sarebbe stato per sempre Peter Pan per me ed io ero felice di essere Wendy per lui.
Mi prese per mano e ci mettemmo a correre nel boschetto finchè arrivammo al grande albero con la casetta e le altalene.
-Eccoci ai dindolon! Questi sono i miei amici! Emmy,- un bambino alto con gli occhi azzurri e i capelli neri- Alice,- una bimba piccolina che mi guardò con i suoi occhioni verdi da sotto una frangetta scura, -Jazz e Rosie- due bambini che sembravano due cherubini scesi dal cielo con i capelli color dell'oro e gli occhi del colore del mare d'inverno.
Peter -ancora non mi aveva detto il suo nome- chiamò tutta la ciurma a rapporto e si preparò a guidarci verso l'Isola che non c'è.
Quello fu il giorno più bello della mia infanzia perchè conobbi tutti loro e fui accolta per la prima volta sull'Isola che non c'è, dando inizio ad un idillio che durò cinque anni.
Cinque anni di giochi e di avventure.
Cinque anni di scherzi e risate.
Cinque anni di lacrime e sorrisi.
Cinque anni in cui il nostro unico nemico era Papà Carlisle che ci costringeva a tornare a casa per la cena o ci proibiva di andare alla casetta se fuori diluviava.
Cinque anni in cui la nostra insostituibile fatina -Mamma Esme- ci aveva riempito la pancia di biscotti caldi.
Cinque anni vissuti in un mondo fantastico fatto di fiabe e colori, in cui nulla era come appariva al mondo perchè tutto era immerso nella magia. I dindolon si trasformavano storia dopo storia diventando la barca di Capitan Uncino e la carrozza di Cenerentola, la mongolfiera di Dorothy e il cavallo del Principe Azzurro.
Eravamo un gruppo strano ma unito. Ci volevamo bene come se fossimo fratelli, nel nostro mondo lo eravamo davvero.
Ma un giorno l'idillio si ruppe.
Quel giorno mia mamma mi portò via da Seattle.
Quel giorno iniziai ad odiarla perchè, nonostante avessi pianto fino allo sfinimento, mi aveva portato via dai miei amici e dal mio papà.
Quel giorno i miei avevano firmato le carte dl divorzio e io mi trasferii a Phoenix dove sono rimasta finchè, a quasi diciassette anni, decisi di ritornare dal mio papà perchè non avevo intenzione di sopportare il terzo compagno di mia madre e le sue figlie-oche. Perciò mentre lei preparava le valigie per trasferirsi a Jacksonville con la sua nuova famiglia, io le preparai per tornare dal mio papà sapendo di ritrovare, tornando là per la prima volta dopo sette anni, se non il mio mondo fatato per lo meno quelli che per me più che amici e compagni di giochi erano dei veri fratelli.

***

Appena arrivata, dopo un abbraccio gigante con il mio papà, non feci in tempo ad appoggiare le mie valigie in camera che mi stavo già precipitando verso il grande albero.
Quando lo vidi, sentii il mio cuore liberarsi, sciogliere il nodo che lo legava dal giorno in cui ero partita e non avevo più avuto modo di assaporare la sensazione di essere al di sopra di tutto, in un luogo perfetto, magico e immutabile.
I dindolon erano ancora lì, la casetta era ancora lì.
L'erba tagliata di fresco mi fece sperare che ci fosse ancora qualcuno che andava in quel posto. Lo sperai con tutto il mio cuore.
Salii sul copertone e poi mi arrampicai sulla scaletta che portava alla casa. Sulla porta c'era ancora il cartello di legno che avevamo inciso con l'aiuto di Papà Carlisle poco prima che pCarlisl: "Casa Dindolon". Quando entrai dentro ebbi la certezza che qualcuno ancora veniva in quel posto. C'erano foto della ciurma appese su tutte le pareti e non appena mi avvicinai mi accorsi che non erano foto qualunque, mostravano i momenti più belli che avevano vissuto sull' "Isola che non c'è" e fermavano quegli attimi per sempre. In quelle foto vidi per la prima volta gli anni che avevo perso, come i miei amici erano cresciuti, come avevano passato i loro momenti lì dentro.
Ero felice, felice di essere tornata e fu inevitabile iniziare a piangere quando su una parete vidi delle foto in cui anche io ero con loro e altre in cui mi avevano aggiunta con un pennarello, come per ricordarsi che ci doveva essere anche qualcun'altro.
Quando finalmente tolsi gli occhi dalle pareti mi accorsi che nella casetta c'erano anche dei sacchi a pelo, dei materassini gonfiabili e un armadio lasciato sbadatamente aperto che strabordava di schifezze. Era inevitabile che quello dopo essere stato il luogo magico di un gruppo di bambini, diventasse il rifugio di un gruppo di adolescenti. Fu in quel momento che sentii delle voci avvicinarsi e qualcuno gridare:
-Rose, Emm avete lasciato di nuovo la porta aperta? Non imparerete mai...
E mentre in risposta a questo sentivo delle risate, mi affacciai alla porticina e li vidi. Dal vivo erano ancora più belli che nelle foto ed emanavano una voglia di vivere senza paragoni. La prima ad accorgersi di me fu Alice che alzò gli occhi e dopo avermi visto si fermò, balbettando qualcosa che penso dovesse essere il mio nome.
In risposta a quei suoni sconclusionati, gli altri si girarono verso di lei ed Alice alzò una mano indicando verso di me. Erano tutti lì, con gli occhi spalancati che mi guardavano mentre scendevo la scaletta e mi riaccomodavo dentro la gomma in quello che, finchè ero con loro, era sempre stato il mio posto.
-Chi si unisce a me sul dindolon? Dove andiamo oggi?
Le ragazze si buttarono su di me e più che abbracciarmi mi stritolarono.
-Ragazze, ragazze fermatevi. Mi state uccidendo.
Nonostante fossimo rimaste in contatto non ci eravamo più viste e sentire le loro voci dal vivo era molto diverso che sentirle tramite un telefono. In breve ci trovammo tutte e tre con le lacrime agli occhi - le mie non avevano ancora smesso di scendere da quando avevo visto le foto- mentre i ragazzi avevano iniziato a far dondolare la ruota come facevamo da piccoli.
Quando finalmente le due indemoniate mi lasciarono andare, abbracciai anche gli altri capendo appieno quanto mi fosse mancato sentire la loro protezione ogni volta che mi sbucciavo un ginocchio o avevo un problema. Dopo essermi asciugata gli occhi e aver fatto un sorriso che mi fece assomigliare allo Stregatto, li guardai tutti e dissi:
-Non sono in vacanza, sono tornata per restare.

***

Eravamo stesi a mangiare schifezze sui materassi gonfiabili da un paio d'ore raccontandoci qualunque cosa ci passasse per la mente, quando sentimmo qualcuno che si avvicinava alla casetta a passo di carica.
-Se non scende subito da lì, questa volta vi vengo a prendere e vi tiro giù tenendovi per le orecchie. Avevate detto mezz'ora ma sono quasi tre ore che siete fuori!
-Oh cazzo! Mamma è arrabbiata!-. Emmet a questo punto non potè che constatare l'ovvio e evidente fatto che Esme era più che alterata perchè probabilmente i suoi figli si erano dimenticati di presentarsi a cena.
Io non mi curai minimamente delle reazioni dei ragazzi, nè tantomeno dalla rabbia di Esme, l'unica cosa che riempiva la mia mente era la possibilità di riabbraciarla, di poter sentire il calore materno delle sue braccia dopo tanto tempo. Perciò mi precipitai fuori dalla casetta scendendo rapidamente le scale e tuffandomi addosso ad Esme. Lei all'inizio non capiva nè chi fossi nè cosa stesse accadendo ma poi mi staccai e ci guardammo negli occhi. I suoi divennero subito lucidi, mentre pronunciava il mio nome e mi abbracciava di nuovo sempre più stretta.
-Sei tornata?
-Sì, sono tornata.
-E tua madre?
-Sinceramente? L'ho mandata a fanculo e ho deciso di riprendere in mano la mia vita per tornare nel posto a cui è sempre appartenuto il mio cuore e tornare da quella che mi ha fatto da madre molto più di colei che mi ha donato i suoi geni.
Tutti loro sapevano della mia insofferenza per la situazione in cui vivevo, ma l'ultima volta che gli avevo parlato avevo annunciato che sarei partita con lei per Jacksonville anche se io avevo già deciso di tornare a Seattle. Doveva essere una sorpresa.
-La mia bambina..., non sai quanto mi sei mancata....- Mamma Esme piangeva e mi stringeva continuando a dirmi che mi voleva bene.
Dopo quel momento il sorriso si dipinse sulle mie labbra mentre ritrovavo e riscoprivo tutto quello che avevo lasciato anni prima: i pomeriggi a Villa Cullen o nella casetta sull'albero, le gite tutti insieme la domenica e il pranzo del sabato sempre preparato da Mamma Esme; mentre allo stesso tempo mi inserivo nelle nuove abitudini: la High School, i sabati sera passati in discoteca o a gozzovigliare nella casetta e le giornate passate a subire gli sbaciucchiamenti delle due coppie che si erano formate miei nella ciurma mentre io e Edward -meglio conosciuto come il mio inguaribile Peter Pan- cercavamo di stargli a distanza.
In un soleggiato pomeriggio di gennaio, uno di quei meravigliosi giorni in cui puoi camminare in mezzo alla neve senza sentire freddo e con il sole che ti colpisce il viso, io ed Edward avevamo deciso di rifugiarci nella casetta di legno per allontanarci dalle due coppiette che avevano approfittato del fatto che Villa Cullen fosse libera per rinchiudersi nelle loro stanze a fare giochi vietati ai minori.
Stavo rileggendo la mia consunta copia di Emma accoccolata nella grande ruota mentre mi godevo il sole quando sentii la gomma muoversi più in fretta, spinta con forza e Edward dire:
-Dindolon, Dindolon...
Chiusi il libro e mi girai verso di lui che si era arrampicato sulla ruota con me. Io seduta nella ruota, lui in piedi che mi spingeva. Avevamo sempre fatto così, sin dal primo giorno, perchè io e lui adoravamo quell'altalena.
-Finito di strimpellare, Peter?
-Sì. Ho deciso di portare la mia Wendy a fare un giro sull'Isola che non c'è. E comunque io non strimpello, suono magnificamente.
-Il solito permaloso!
-Io non sono permaloso, sono solo obiettivo- nel dire questo aveva messo su un broncio che avrebbe fatto invidia a quello di un bambino di cinque anni e che lo rendeva veramente comico. Senza riuscire a trattenerci scoppiammo entrambi a ridere di una risata gioiosa, di quelle che partono dal fondo del petto e ti scaldano il cuore contagiando chi ti sta intorno. Quando riuscimmo finalmente a fermarci volammo verso la casetta ed entrammo nel mondo magico dell'Isola che non c'è, buttandoci in un'avventura che finì in un'implacabile lotta con i cuscini. Mentre lo colpivo, ridendo, chiusi gli occhi e inevitabilmente inciampai in qualcosa -forse i miei stessi piedi. Mentre cadevo per tenermi in piedi mi aggrappai alla sua maglia. Lui non se lo aspettava, quindi invece che rimanere in piedi io, trascinai lui a terra con me.
-Oh mia Wendy! Vedo che il suo equilibrio non è migliorato negli anni-. Era sopra di me e nonostante cercasse di non schiacciarmi, sentivo il suo corpo contro il mio. Piano rotolò di fianco a me senza staccare gli occhi dai miei.
Non facevamo altro, ci guardavamo negli occhi. Rimanemmo lì, fermi,mentre il nostro respiro rallentava finchè lui non si alzò su un gomito togliendo con l'altra mano una piuma dai miei capelli.
-Siete diventata bellissima, Wendy- Sussurrò, come se non volesse disturbare il silenzio che si era creato.
-Voi invece siete rimasto il solito adulatore, Peter.
-Forse non è solo adulazione la mia. Forse sto constatando una meravigliosa verità. Forse sto cercando di dirvi che Peter si sente molto attratto dalla sua Wendy.
Il mio cervello si era spento.
Blackout.
Stop.
Non si era ancora ripreso quando il suo naso arrivò a toccare il mio, quando ad ogni respiro sentivo sempre di più il suo profumo, quello che mi aveva sempre consolata e avvolta quando piangevo. L'ultima cosa che avevo sentito prima di salire sull'aereo.
Bastò un battitto di ciglia perchè quel profumo divenisse il sapore delle sue labbra sulle mie.
Bastò un battito di ciglia perchè le mie mani finissero dietro il suo collo, infilandosi fra i suoi capelli.
Bastò un battito di ciglia perchè lui avverasse uno dei miei sogni più proibiti.
Bastò un battito di ciglia perchè Peter e Wendy si sentissero finalmente legati oltre l'immaginabile.
Quel contatto mandò un brivido alla mia spina dorsale che mi fece riaccendere i contatti cerebrali e mi fece reagire per assaporare quello che fino ad ora era stato un sogno -non sempre ad occhi chiusi.
Quando sentii la sua lingua provare a forzare le mie labbra non esitai, feci in modo che ci unissimo ancora di più, mi lasciai andare e seguii l'istinto che mi spingeva sempre di più verso di lui.
Fu un bacio dolce, carico di promesse e di emozioni, carico di parole e di ricordi; fu il nostro primo bacio e fu indimenticabile.

***

Renderci conto che ci eravamo innamorati fu facile, diventare una coppia fu istintivo e necessario, fare in modo che quel "noi" rimanesse tale e non tornasse ad essere due unità separate fu un cammino lungo e difficile.
I primi mesi furono l'idillio dell'innamoramento, sempre insieme cercando di diventare complici sia dal punto di vista mentale sia sul piano fisico. L'attrazione sessuale fra noi era evidente e palpabile, ma per quanto lo desiderassi, io non volevo bruciare le tappe e volevo far funzionare la cosa, ma rimanevamo degli adolescenti per cui il tempo passato a pomiciare sul divano non mancava e ogni scusa era buona per appartarci. Ma se io cercavo di mantenere un certo autocontrollo e di dimostrare un po' di maturità, Edward era come un bambino che voleva tutto e subito. Sembravamo proprio Wendy e Peter Pan: io che, per quanto adorassi il suo lato infantile, volevo che prendesse -almeno ogni tanto- le cose sul serio, lui che non ne voleva sapere di crescere. Gli piaceva divertirsi e lo faceva senza farsi troppi scrupoli. L'unico luogo in cui era un ragazzo morigerato e composto -da tutti definito molto maturo- era a scuola: media oltremodo alta e nemmeno l'ombra di una nota disciplinare.
Ma i bambini prima o poi devono crescere e ciò che porta a diventare adulti è la necessità di prendere delle decisioni e di fare delle scelte. Perciò quando io e Edward finimmo la High School e iniziammo ad andare al College anche la situazione fra di noi migliorò. Lui aveva preso medicina e io architettura, ma entrambi eravamo rimasti a Seattle vicino ai nostri genitori e ai nostri amici. Lui ben presto capì che il suo stile di vita non era compatibile con i ritmi universitari, specialmente quando con il tirocinio dovette dividersi fra casa, scuola e ospedale. Entrambi ci laureammo in tempo con voti molto alti che ci diedero un praticandato immediato. Era nelle nostre mani poi, far sì che quello diventasse un lavoro.
Nonostante gli impegni e i nuovi ritmi di vita nessuno di noi aveva smesso di andare a "Casa Dindolon", anzi spesso ci ritrovavamo lì tutti insieme a fare giochi stupidi e a riportare a galla memorie imbarazzanti. La casetta era migliorata. Con un po' di impegno e olio di gomito, i ragazzi l'avevano ingrandita e solidificata, poi avevano collegato la corrente elettrica e noi ragazze l'avevamo riarredata e abbellita. Ora non era una reggia, ma sei adulti ci stavano dentro molto comodamente.
Durante una di queste serate però il mondo ci cadde addosso, sgretolandosi in tanti minuscoli pezzi che non sembrava si potessero ricomporre. Eravamo stesi a giocare ad obbligo o verità, disinibiti più del solito per le birre bevute, quando il cellulare di Alice squillò. Alice aveva la fissa delle suonerie personalizzate perciò quando iniziò Mamma mia tutti sapevamo che a chiamare era Esme e tutti ne restammo stupiti soprattutto perchè solitamente le sue minacce di tornare a casa -sì, le mandava ancora nonostante fossimo ormai ben più che cresciuti- arrivavano via SMS.
-Pronto mamma? Fra un po' torniamo a ca..- Alice non fece in tempo a finire la frase che chi era all'altro capo del telefono la interruppe. E dalla sua faccia  capimmo che non era Esme. I suoi occhi divennero lucidi e le lacrime cominciarono a scendere. Non disse più nulla e dopo aver chiuso la telefonata scoppiò in singhiozzi, coprendosi il viso con le mani.
-Alice... cosa sta succedendo?- le chiesi.
Non rispose. Non riusciva a calmarsi. Dopo un po' il suo pianto si trasformò in una cascata di lacrime, ma i singhiozzi si fermarono e riuscì a parlare.
-Mamma, papà...
Le lasciammo il tempo di riprendersi, ma anche i nostri occhi si riempivano di lacrime mentre il cuore si stringeva in una morsa.
-...stavano tornando a casa quando un tir ha preso dentro la loro macchina, c'erano loro ma anche Kathleen e Aaron.- A quel punto Rose iniziò ad urlare. C'erano anche i signori Hale in macchina, i genitori di Rose e Jazz. Alice che continuava a singhiozzare e a quel punto disse la frase che nessuno di noi voleva sentire:
-Non c'è stato nulla da fare, sono morti tutti sul colpo.
Allora le urla di Rose si accentuarono e i singhiozzi di Alice ripresero ancora più forti.
Edward mi strinse nascondendo il viso nei miei capelli mentre le sue lacrime mi bagnavano la camicetta e le mie scendevano lievi ma dolorose sulle guance. Per quanto non fossero i suoi genitori biologici, erano gli unici che aveva conosciuto e non lo avevano mai fatto sentire diverso dai loro figli naturali. Li amava e per questo ora soffriva.
Eravamo sconvolti. Tutti.
Non se lo meritavano, ma il destino è implacabile e le Parche non si fanno scrupoli a tagliare il filo di una vita. Anche se è ancora troppo breve.

***

Erano giorni che ci eravamo spenti. Ognuno avvolto nel proprio dolore, faticavamo a reagire.
Ci sentivamo smarriti.
Soli.
Senza una guida.
Per quanto avessimo creduto di essere adulti e indipendenti, allora ci rendemmo conto che non era così. Contavamo tantissimo sui nostri genitori, biologici o meno. Erano un punto di riferimento, una guida. Qualcuno a cui chiedere consiglio.
Ero seduta sull'altalena, vestita elegante perchè eravamo appena tornati dall'incontro con il notaio per la lettura dei testamenti. Eravamo stati convocati tutti e sei, nonostante io non fossi nè legalmente nè biologicamente vincolata a nessuno di loro. Ero qui a ripensare a quello che avevo sentito.
I terreni di Villa Hale e Villa Cullen uniti.
La volontà di tutti loro che quell'enorme terreno fosse diviso equamente fra tutti e sei.
Il desiderio ma non l'obbligo che abbattessimo le due ville per fare una casa in cui vivere tutti, perchè eravamo sempre stati una grande famiglia e tutti insieme come una famiglia dovevamo vivere. Le mille lacrime versate anche oggi leggendo quelle volontà e ricordando la sensazione che si provava stando tutti insieme. Il calore avvolgente di casa, il profumo di famiglia. La sensazione, però, che io non dovessi ricevere quell'eredità, mi attanagliava lo stomaco.
-Dindolon, dindolon. Sapevo che ti avrei trovata qui- disse mentre si sedeva dietro di me, avvolgendomi fra le sue braccia e facendoci dondolare.
-Ti amo e ti amavano anche loro. Eri parte della famiglia, per questo sei su quel testamento. Smettila di credere di non meritarlo.
Anche lui era abbattuto. Gli occhi cerchiati da occhiaie profonde, pallido e con i capelli più tormentati del normale. Voleva mostrarsi forte, ma io vedevo un velo di tristezza coprirgli il volto.
-Dobbiamo parlare con gli altri, bisogna decidere cosa fare.- Avevo bisogno di tenere il cervello occupato, di non pensare.-Ti amo anch'io, comunque-
Feci per alzarmi ma le sue braccia mi strinsero ancora più forte.
-Lascia stare. Adesso ho bisogno di stringerti, di sapere che ci sei e che non stai scivolando via da me. Ho paura. Ho paura di perdere anche te.- Alzai gli occhi verso il suo viso e vidi le lacrime che scendevano. Piano le spazzai via con le dita, mentre avvicinavo la mia bocca alla sua in un bacio che trasmetteva tutto il bisogno che avevamo entrambi di sapere che l'altro era ancora lì. Ritrovare quel sapore noto era confortante, mi fece capire che non tutto si era sgretolato, che c'era un punto da cui si poteva ripartire.
Mi prese fra le braccia senza mai togliere i suoi occhi dai miei mentre si muoveva per salire sulla casetta. Allora io entrai in panico, spalancai gli occhi e iniziai a scuotere la testa.
Non ero più salita sulla casetta dal giorno dell'incidente, avevo paura che ci chiamassero per darci un'altra brutta notizia. Avevo collegato quel posto all'incidente, come se il nostro essere lì avesse causato la loro morte. Era stupido e irrazionale, lo so. Ma le paure non hanno nulla di logico, sono istintive e spesso incontrollabili.
-Shh, stai tranquilla. Respira.- Mormorò al mio orecchio con dolcezza. -Per scacciare le paure bisogna creare dei ricordi belli legati ad esse che sostituiscano quelli brutti. Fa in modo che io posso aiutarti a farlo.- La sua voce, il suo profumo, la sua vicinanza mi infusero la tranquillità necessaria per ritrovare la calma.
Dentro la casetta mi strinse forte. La mia schiena contro il suo torace, le sue labbra che sussurravano al mio orecchio. Mi portò davanti ad ogni foto, mentre mi ricordava cosa avevamo fatto in quel momento, cosa avevamo sentito. Fra lacrime e sorrisi facemmo un tuffo dentro i nostri ricordi, tornammo ancora una volta sull' Isola che non c'è. E la paura passava mentre camminavo fra i momenti più belli della mia vita.
La prima volta che ero entrata lì dentro.
La lotta per aggiudicarsi le altalene.
Il primo pigiama party.
Le notti d'estate passate a guardare le stelle.
Il primo bacio.
La prima sbronza, in cui mi ero messa a parlare in versi e a dare i numeri -nel vero senso della parola.
Il nostro primo 'Ti amo'.
Alla fine mi girai verso di lui. Ci guardavamo negli occhi, immersi nel silenzio che si era cristallizzato intorno a noi. E allora lui lo ruppe.
-Bella, mi vuoi sposare?

***

Dopo poco tempo cominciammo a ricreare una routine, che continuava a girare intorno a Villa Cullen e alla casetta sull'albero.
L'anno successivo finii di preparare il progetto per la nuova casa che si estendeva non solo nel territorio dei Cullen e degli Hale, ma anche in quello della mia vecchia casa che mio padre mi aveva ceduto dopo essere andato a vivere con la sua nuova moglie. Avevo deciso di creare una grande villa di cui 'Casa Dindolon' fosse il perno e il centro del cortile interno mentre tutta la struttura le girava intorno. Disegnai anche la piscina ed un enorme cortile in cui i nostri figli avrebbero potuto giocare.
Il periodo che servì per ultimare i lavori fu un delirio, specialmente perché Rose era in procinto di partorire e si lamentava per ogni cosa, ma quando avevamo bisogno di pace tornavamo sulla casetta e ci allontanavamo dal mondo, non sentendo nemmeno il rumore dei lavori attorno a noi.

E oggi eccomi qui che, mentre il mio Peter continua a farmi fare dindolon e mio figlio scalcia dentro di me, cerco di mettere in parole quelle emozioni che le foto appese ai muri della casetta hanno fermato nel tempo, sperando che nessuno di noi possa dimenticarle mai. 

10 commenti:

  1. Credo che in ognuno di noi rimanga forte il senso del suo essere bambino. E con questa storia credo che tu lo abbia dimostrato.
    Molto carina. Brava!

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  2. Più vi leggo e più mi rendo conto che, ahimé, non ho molta esperienza in fatto di ff. Quasi nulla direi. Forse è per questo che rimango stupita dalla vostra bravura.
    Complimenti anche a te. Un tenerissimo ritorno all'infanzia e una fratellanza che riscalda.
    JoTyP.

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  3. Questa è l'ultima che commento e non so che dire.
    E' stato un viaggio bellissimo anche in questo caso. Dolce, tenerissimo e anche triste a un certo punto. Sono davvero contenta di averti letto, mi ha fatto bene al cuore.
    Conoscendoti come Margherita non so se hai scritto qualcosa prima, in ogni caso non posso che farti i miei complimenti.

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  4. Grazie! Sono felice che ci sia piaciuta!

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  5. E' proprio una favola, di quelle classiche dove si soffre anche, però c'è un fine davvero lieto <3
    brava Margherita!
    -Sparv-

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  6. Sarà che la mia bambina e nel.periodo delle favole ma trovo la tua veramente carina.
    Brava!

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  7. Ma che bella, molto delicata, tenera, fanciullesca, a tratti triste......come la vita.....almeno per me!!!
    E tu chi sei?!? Da dove sei uscita fuori?!? Ti ho già letto?!?
    In ogni caso i miei più sinceri complimenti e spero di leggerti presto!!!
    Un Bacio

    JB

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    1. Grazie!!! Io sono una lettrice a volte commentatricw del FSOFF da un po' ormai, ma non abbo mai pubblicato nulla prima quindi non mi avevi mai letto. A presto.
      Marghe

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  8. Bravissima.
    Belllissima.
    Tenerissima.
    Spero di vedere, leggere, altre Os tue...perchè secondo me puoi migliorare ancora di più e verrebbero fuori delle storie MERAVIGLIOSE. brava.
    E poi....poi mi sono ritrovata un po' in Bella... e quindi...un sacco di punti in più per te e la tua storia ;-) Bravissima.
    un abbraccio
    aly

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  9. Meravigliosa! La mia preferita in assoluto! Tenera, struggente, coinvolgente, commovente. Tantissimi complimenti!!!

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