martedì 9 settembre 2014

UNA GIORNATA COMPLICATA by Paola Barberio



UNA GIORNATA COMPLICATA
O/S di Paola Barberio


 

Finalmente sola!
Eh già. Non è una fortuna che capiti molto spesso dato che io, Isabella Marie Swan, alla veneranda età di trentacinque anni, vivo ancora in famiglia. È una gran cosa non pagare l’affitto e trovare il pranzo pronto tornando dal lavoro. In più i miei genitori non hanno mai avuto un’anima da vagabondi neanche da giovani, figurarsi adesso!!
Comunque, com’è come non è, quest’anno i miei hanno deciso che era giunto il momento di andare a trovare i conoscenti che stanno a Chicago, mia sorella Rosalie è in tournee con la compagnia teatrale e… conclusione, mi hanno lasciata, convalescente dal solito raffreddore, tutta sola a far Natale in compagnia del cane e dei gatti.
Però sono felice!!
Beata solitudine, sola beatitudine.
Dopo un pranzetto da fame a base di surgelati (fosse che fosse la volta che riesco a dimagrire buttando giù qualche chiletto di troppo) metto mano al computer. Non che sia particolarmente fanatica o maniaca ma, il fatto di usare ancora la prima versione di Win 98, mi sta riempiendo di complessi di ogni genere. Malgrado i vari amici esperti mi sconsiglino vivamente il salto nel buio, decido di passare a XP. Estraggo la versione piratata, la inserisco nel lettore e… chiudo gli occhi.
Sicuramente l’Apocalisse è in agguato.
E Apocalisse è davvero!!!
Meno male che ho la possibilità di salvare la baracca reinstallando la versione precedente. Trattengo il fiato, rivolgo il pensiero a tutti i santi e… speriamo che il Cielo me la mandi buona.
Il Cielo è clemente ma, sicuramente per punirmi di aver peccato ripetutamente di lussuria al cospetto della mascolina beltà dell’attore del momento, mi cancella dal desk un primo piano da sala di rianimazione di lui nei panni del suo mitico Britanno.
E adesso che faccio?
Non dovrebbe essere difficile rimettere le cose a posto. Documenti… immagini… il mouse si muove velocemente sul tappetino alla disperata ricerca del suo bel faccino ma… niente da fare: la foto incriminata se l’è inghiottita il nulla.
Naturalmente di chiedere consiglio all’amico esperto non se ne parla neppure. L’individuo forse non è in casa e, anche se fosse, è talmente serioso che mi giudicherebbe senz’altro male. Certo, è tardi per piangere sul latte versato ma mi fa una rabbia…
Mi butto sul divano decisa a sonnecchiare un pochino. La pennichella pomeridiana non rientra nelle mie abitudini ma non mi sono ancora del tutto ripresa da una sindrome para influenzale (quella vera non la becco, faccio il vaccino ma di influenze finte me ne incamero in media quattro o cinque l’anno) che mi ha letteralmente messa ko.
Naturalmente non sonnecchio anche perché l’immagine malinconica del Britanno mi balena davanti agli occhi, monito e rimprovero alla stupidità della sottoscritta. E ripenso a quella bellissima foto, grande quanto tutto lo schermo, mezzo profilo, sguardo un po’ di sottecchi, tunica sbrindellata e scollacciata con vista sul vello pettorale… e quel collo…
Ok… è giunto il momento di confessare.
Ebbene sì! Sono cotta e stracotta (ho il computer pieno di sue fotografie) dell’attore che ha dato i connotati al più bel barbaro della storia: Edward Cullen. Il giovane attore ventottenne strafigo è stato scelto per interpretare l’eroe di un libro scritto da una giovane leva della letteratura, una certa Patzis Mylust… (si farà… sono sicura che si farà e non solo lei a dire la verità!!) e io, che tra l’altro porto lo stesso nome della donna amata e odiata dal Britanno, tale Isabella regina dei Briganti, potevo restare immune al fascino di questa storia che già mi aveva travolta sulla carta dopo che quel dio che risponde al nome di Cullen gli ha dato forma umana tangibile? Ops… ma ora che ci penso: anche lui si chiama come il protagonista del film. Coincidenze??
E di nuovo, aver perso la sua immagine strafiga come screen del mio desk mi sta facendo salire rabbia a non finire.
Travolta da questo destino ingrato mi assopisco mio malgrado ma il sonno non dura che cinque minuti perché vengo svegliata di soprassalto da un infernale clangore metallico. Sicuramente qualcuna delle pignatte d’epoca, che fanno bella mostra di sé appese nel tinello, è cascata a terra.
Tiro giù un paio di accidenti e, nonostante la testa mi giri a mulinello, mi rimetto in piedi.
Il cane. Dove cazzo è finito il cane? Perché non si è messo ad abbaiare malgrado quel fracasso? In altre circostanze lo avrebbe fatto, no?
Non riesco neppure a pensare che strano! proprio perché di strano non c’è niente in quanto il mio sembrerebbe un cane a tutti gli effetti: ha una bella pelliccetta riccioluta, gli occhi allegri, la lingua penzoloni e la coda sempre in movimento. Come tutti i cani.
Ma il mio non è un cane. È una puttana.
Entrasse Jack lo squartatore lui lo accoglierebbe con feste degne della miglior causa.
Peggio per te!!!, mi dico. Se invece che un bel barboncino avessi scelto un rottweiller non avresti avuto di questi problemi perché certamente quello non accoglierebbe gli sconosciuti con gran leccate e sventolii di coda.
Effettivamente l’idilliaco quadretto che si materializza sotto ai miei occhi è quello del barbon-puttana intento ad elargire, a un perfetto sconosciuto, feste degne del santo patrono. Mancano solo le bancarelle e i fuochi d’artificio.
Lo sconosciuto contraccambia, evidentemente gli piacciono i cani. E io, nascosta dietro il vetro accanto alla porta d’ingresso, strabuzzo gli occhi. Il tipo, che vedo da dietro, è alto, spalle enormi, i capelli corti color caramello e un deretano che pare scolpito da Fidia.
Io, cretina, invece di svignarmela alla chetichella e chiamare il 911 con il cellulare, sto lì a guardarlo domandandomi chi sia, cosa ci faccia in casa mia e, soprattutto, perché sia conciato in quel modo. Per quanto ne so e a quanto vedo, potrebbe essere un alienato scappato dal manicomio più vicino. Uno di quelli da barzelletta convinti di non essere quello che sono ma Napoleone, Garibaldi, Gesù Cristo… Questo, che gira con le cosce di fuori e i sandali ai piedi nel pieno dell’inverno, che ha il torace fasciato da cinghie di cuoio e le catene ai polsi… sicuramente deve credersi il Britanno.
Apro piano la porta e lui si gira.
- Ave, domina! – mi fa con la faccia seria, la destra alzata e la sinistra sul petto, in una specie di parodia del saluto fascista di cui racconta mio padre.
O non è che… è pazzesco! Eppure… eppure…
- Sum Edward dei Catuvellauni, dux Britannie –
Mi sto scimunendo o cosa?
La foto che campeggiava sul desk del mio derelitto computer ha preso corpo e ora… campeggia sulla veranda di casa mia.
Sì! Sto decisamente fuori di cervello perché i principi di Britannia non escono dai pc e ti piombano in casa mentre ti stai godendo la beata solitudine.
- Mea domina, noli timere… -
Cavolo! A me lo dici!? Io sono una che ha fifa perfino della sua stessa ombra!! E che mi succede? Di ritrovarmi sola in casa… anzi no… sono in compagnia di un perfetto sconosciuto che sicuramente ha qualche venerdì fuori posto e, altrettanto sicuramente, è più forte di un bue e senz’altro in grado di schiacciarmi tra l’indice e il pollice neanche fossi un brufolo.
Eppure lo guardo e non mi fa paura. Anzi, penso, speriamo che non sia un’allucinazione. Perché se questo non fosse, gli procurerei seduta stante dei vestiti decenti, lo porterei fuori e mi pavoneggerei in giro per far crepare di invidia tutte le femmine del circondario.
È bellissimo: lineamenti delicati, profilo perfetto, occhi verdi, mascella forte e mento volitivo incorniciati da una barbetta curata, un paio di spalle larghe quanto un armadio a quattro ante e… taciamo sul resto!!
È lui.
È proprio la foto di Edward Cullen che riempiva l’intero desk del pc e che si è materializzata in virtù di chissà quale benedettissimo fenomeno o sortilegio su cui non ho nessuna intenzione di stare ad indagare.
Appurato che il tizio, come ci si aspetterebbe da uno schiavo romano, parla solo il latino (forse anche il greco ma purtroppo per lui e per me qui in America non sono lingue obbligatorie) lo mollo sulla veranda e mi scapicollo su per la scaletta che porta al solaio e, da un baule che contiene i miei vecchi libri di scuola, estraggo il mio glorioso dizionario di latino dei bei tempi. Potrebbe tornarmi utile visto che, la mia passione per le lingue, mi ha portata a una laurea in Lettere ad indirizzo linguistico filologico, con tre esami di latino (appunto) brillantemente superati.
Questa lingua morta è una gran brutta bestia, difficile da imparare e facilissima da dimenticare. Innanzitutto, insegnando nelle scuole medie, è da un po’ che non lo esercito e poi beh… il latino non è una lingua con cui ci si possa lanciare in grandi conversazioni (soprattutto se sono passati qualcosa come duemila anni da che era diffusa). Va analizzato e decifrato. Prima bisogna cercare il predicato… poi il soggetto… e inevitabilmente il pensiero corre al soggetto che mi aspetta di sotto.
Avrà fame, penso. E dovrò in un modo o nell’altro escogitare la maniera di liberarlo da quelle catene, procurargli dei vestiti decenti… sottotitolarlo alla pagina 777 di televideo…
Torno di sotto e vado nello studio.
Che cazzo ci faccio qui?
Sono confusa. Non so che fare, che dire. Sono nel panico.
COGITO, ERGO SUM!, mi dico.
Devo procurarmi una chiave adatta per poterlo liberare da quelle dannate catene senza essere costretta all’intervento di un fabbro e a subire un più che probabile terzo grado. O magari una visita del comandante della polizia, nonché mio padre (sarebbe capace di precipitarsi da Chicago con uno schiocco delle dita se sapesse) con conseguente incriminazione per sequestro di persona.
Oddio!!! Mettiamoci nei panni di chiunque. E chi non lo sarebbe, curioso o sospettoso, dinanzi alla rispettabile professoressa quale sono che si presenta in compagnia di un fusto ammanettato e con le cosce di fuori tre giorni prima di Natale?
Ma torniamo al problema principale: come lo libero dalle catene?
Ci sono!
Proverò con una forcina per capelli: a scuola mi ha tolto dai casini tante volte quando le microscopiche chiavette dei nostri professorali stipi, più delicate del cristallo di Boemia, si storcevano e si spezzavano similmente alle linguette dello scatolame.
Speriamo bene! E poi?
Dovrò dargli da mangiare! Sicuramente non ci vede dalla fame e un uomo della sua stazza non credo proprio che mangi come un canarino anoressico.
Sì va bene, ma insomma!! Che gli do a un antico romano? Una scodella di latte? E se fosse allergico al lattosio?
Pasta al sugo? Non credo che la troverebbe appetitosa e già me lo immagino storcere il suo bel naso paragonando la pietanza a un piatto di lombrichi annegati nel sangue.
E se provassi con qualche cioccolatino, tanto per rompere il digiuno? Noooooo!! Lui, che è nato moooooolto prima del 1492, non sa qual sublime delizia sia la cioccolata e potrebbe paragonarla, per colore e consistenza, alla cacca… il Cielo non voglia!!
Pomodori, cioccolata, patate… non riesco a farmi venire in mente cibi antecedenti la data fatidica della scoperta dell’America che venissero consumati nel vecchio continente. Più incasinata della Lehman Brothers Holdings Inc. torno nel tinello e lo trovo seduto sul divano.
Mi avvicino e, allungando una mano, gli faccio capire di porgermi le sue perché possa liberarlo. Comincio ad armeggiare borbottando per lui parole senza senso ma per me chiarissime (ce l’ho col mondo intero!!) quando finalmente, e come prevedevo, la forcina riesce ad aprire quelle catene pesanti.
Almeno una cosa è fatta.
Mi guarda negli occhi e mi sento le gambe di gelatina. Cazzo, ma chi ti ha mandato qui da me? Fammi quello che vuoi. Chiudo gli occhi, allungo il corpo proiettandomi verso di lui e sporgo le mie labbra in attesa del suo bacio di ringraziamento… che non arriva.
Sento solo la sua voce maschia ringraziarmi e, aperti gli occhi, lo vedo: le mani finalmente libere, si mette a giocare con il cane. La piccola puttana, naturalmente, gradisce.
- Il tuo cagnolino è molto carino – mi dice ovviamente in latino.
Raccolgo le mie reminescenze e rispondo:
- Il mio cagnolino non fa i bagno da tanto tempo e puzza come un gregge di capre… –
Per farla breve, dato che apprezza così tanto la sua compagnia, decido di lasciarlo solo con il cane, di mettermi un po’ di soldi in tasca e andare a comprargli qualcosa di decente da mettersi addosso. Qui non c’è nulla di adatto a lui anche perché l’unico uomo di casa, mio padre, è alto la metà di lui e largo un quarto se paragonato a questo Dio.
In paese c’è un negozio di abbigliamento e calzature che liquida per cessata attività. Andrò lì, sperando di trovare roba a buon mercato e di non suscitare la curiosità malsana del signor Newton che mi conosce da quando ero alta così e sicuramente si domanderà che diavolo ci faccio di tutti quei capi maschili extralarge, calzini e intimo compresi, che sto acquistando. Il paese è piccolo e la gente mormora. Tanto per cambiare.
Per lo stesso motivo, prima di andare, invito il mio ospite a non uscire. Per nessuna ragione. Casa mia rimane abbastanza isolata, al limitare del bosco, e costeggia una strada poco trafficata. Ma non si sa mai anche perché, sapendo che sarò sola in questi giorni di festa, potrei incorrere in un discreto viavai di vecchiette petulanti e impiccione le quali, notando il tizio vestito come un domatore del Circo Orfei nei pressi di casa mia, formulerebbero le congetture più strane circa i rapporti intercorrenti tra il suddetto domatore e la sottoscritta. Non sia mai che mi prendano per Anastasia Steele che con frustini, manette e domatori… ops… volevo dire dominatori, ha un certa dimestichezza.
Oddio che malsano pensiero!!! Soprattutto se consideriamo il fatto che, il già citato attore dei miei sogni, quell’Edward Cullen, sempre lui… si è cimentato anche nel ruolo del dominatore assoluto dell’universo femminile. Il supersexy Christian Grey, colui che ti possiede fino allo sfinimento e ne vorresti comunque ancora…
No va beh… diamoci un taglio o non rispondo di me.
- Edward… - lo chiamo. – Noli exire! -
Lui mi fa un cenno solenne di assenso con la testa e mi tranquillizzo. Ma solo fino a un certo punto.
Comunque sia, esco. Salgo sul mio pick up, metto in moto e mi avvio verso il centro con in mente scene di sesso spinto che mi costringono a serrare le cosce nonostante le gambe mi servano per guidare.
Svaligiati gli scaffali sotto gli occhi del caro vecchio signor Newton, curioso come una scimmia ma sicuramente felice del fatto che qualcuno gli abbia rimpinguato le casse e liberato il magazzino, carico la mercanzia sul mio trabiccolo e me ne torno a casa sperando di averci azzeccato con le misure, tanto più che la merce acquistata per cessata attività non si cambia, ovviamente.
Sono stata via meno di un’ora per sbrigare l’incombenza e adesso, in scarpe da tennis, giubbotto, jeans e maglione finto irlandese, il mio bel barbaro potrà anche uscire alla luce del sole in compagnia della sottoscritta, che non vede l’ora di esibirlo davanti alle amiche invidiose e, perché no? farci anche qualcosa di più divertente.
Mi passo la lingua sulle labbra al solo pensiero di ciò che potrebbe farmi, o che IO potrei fargli, e di riflesso la mia intimità si contrae costringendomi a serrare le gambe un’altra volta.
E il tuffo nei porno-pensieri è automatico.
So per certo infatti che il sesso per gli antichi romani era considerato un dono benevolo degli dei sul quale gli uomini non avevano il pieno controllo. Dal comportamento anche troppo morale in pubblico, erano totalmente privi di inibizioni nella vita privata. Parliamoci chiaro: i romani vivevano in una sorta di società sado-maso dove la sottomissione degli altri era all’ordine del giorno. Potevano comportarsi in maniera diversa con il sesso? Ovvio che no. Prendiamo come esempio del comunissimo sesso orale (e qui già mi vedo inginocchiata davanti al mio dio barbaro!). Questo era visto come una forma di sottomissione e controllo: era considerato un atto passivo e sottomesso, se lo subivi, mentre riceverlo era attivo e di controllo. Una perfetta immagine di Master e Slave.
- Cazzo!!!- impreco, ancora presa dalle mie visioni perverse, inchiodando solo grazie ai miei riflessi giusto in tempo per non investire una vecchia signora.
Al volante non sono un’emula di Barrichello, non mi piace correre e se posso farne a meno, rinuncio volentieri a guidare. Soprattutto non dovrei cimentarmi affatto quando ho pensieri simili che governano mente e corpo.
Comunque sia, la vecchia in questione (che di solito è tutt’altro che imprudente) stavolta mi si è quasi buttata contro. La riconosco. È la zia della mia amica Angela, una settantenne ancora arzilla e, ahimé, devotissima. Casa e chiesa per intenderci.
Scendo di corsa dalla macchina per paura che infarti per lo spavento (anche se me lo sono preso più io che lei a quanto vedo!!) e mi viene incontro a braccia aperte. Invece di inveirmi addosso perché per un pelo non l’ho investita, in maniera quasi isterica mi racconta, occhi al cielo sbatacchiando la dentiera manco fossero le nacchere di Joaquin Cortes, che ha visto sant’Efisio martire guerriero fermo davanti al portone di casa mia e sta andando a riferire del miracolo a tutto il paese.
Cerco di far mente locale su chi sia ‘sto cazzo di sant’Efisio e poi la mente si snebbia. È stato un legionario africano martirizzato nel IV secolo e intuisco quel che è accaduto.
Cazzo!! Ha visto il barbaro!
Mi affanno a calmare l’isterica vecchietta cercando di farle capire che il belloccio in casa mia non è affatto sant’Efisio ma uno degli amici attori di mia sorella con addosso ancora il costume di scena. Lei ci rimane male ma va via convinta dalla mia spiegazione, grazie al cielo.
Salva per miracolo!!
Infilo la chiave nella toppa proponendomi di prendere a parolacce l’impiastro infischiandomene delle dimensioni dei suoi bicipiti e del fatto che, nell’arena, sterminasse gli avversari neanche fossero formiche. Tanto A ME (come dicono certi miei alunni) non mi stermina nessuno. Questo è sicuro.
Insomma apro la porta, attraverso il tinello e… lo trovo in cucina seduto a tavola. Un paio di piatti sporchi e qualche avanzo mi lasciano supporre che abbia mangiato. E che si sia servito da solo.
- Ho tentato inutilmente di chiamare le ancelle e gli schiavi… – dice nel suo idioma e io rinuncio all’idea di spiegargli che in questa casa non ci sono schiavi ma semplicemente una donna delle pulizie che, una volta a settimana, aiuta mia madre nel disbrigo dei lavori pesanti.
Lui mi dice cha ha aperto armarium clarum et glaciei plenum (quell’armadio luminoso e pieno di ghiaccio) e si è servito da solo.
Lo apro a mia volta e, con orrore, scopro che si è mangiato una scaloppina avanzata a pranzo destinata ai gatti e un piatto pieno di bietole bollite su cui ha versato un vasetto di yogurt alla fragola. Ha apprezzato il cibo ma non la mezza bottiglia di Belté alla pesca dimenticata lì dalla scorsa estate.
- Il cibo era buono ma la bevanda sembrava piscio di cavallo – specifica.
Grazie a seri ed approfonditi studi in merito, oggi sappiamo che i Romani mangiavano tremende porcherie. Quindi non mi meraviglia che il mio ospite si sia potuto spazzolare un piatto di bietole fredde allo yogurt e l’abbia trovato pure saporito.
Richiudo il frigorifero solo per girarmi e, con terrore, scoprire che è sparito. Mi dirigo nel tinello (anche perché in un decimo di secondo dove può essere andato di così lontano?) e lo vedo comodamente piazzato sul divano. E ora sono veramente sconvolta.
La TV è accesa.
È stato, fuor da ogni ragionevole dubbio, lui ad accenderla ed ora se ne sta lì, impalato davanti all’apparecchio, in estatica contemplazione delle figurine parlanti e semoventi.
- Gratias ago Manibus, Laribus et Penatibus (Lari, Mani e Penati, vi rendo grazie…) -
E così, dalle parole del suo ospite venuto dal passato, la sottoscritta ha potuto apprendere una verità sconvolgente: i numi tutelari della sua casa sono: Tim Russert, Oprah Winfrey e gli onnipresenti David Letterman e Jay Leno.
Vorrei sotterrarlo di contumelie ma non ci riesco e non certo perché ho paura della circonferenza dei suoi bicipiti o dei suoi trascorsi di macchina preposta per ammazzare. A vederlo così indifeso e smarrito, alle prese con le meraviglie del XXI secolo, mi fa tanta tenerezza. Un po’ come quei poveri pitbull che, sottratti alla brutalità dei combattimenti e trattati come si deve, si rivelano infine dolci e coccoloni.
Domani, dico tra me e me, lo porto a fare un giro in macchina. Anche se non so come farò a spiegargli che il grazioso e comodissimo, anche se un po’ puzzolente e decisamente claustrofobico, trabiccolo di metallo rosso sbiadito con i sedili imbottiti non cammina grazie ai cavalli che gli si aggiogano davanti ma quelli che ha dentro. I quali non mangiano biada bensì un oliaccio maleodorante noto con il nome di benzina.
Accidenti, penso, non sarebbe stato meglio se dal pc, invece che quest’impiastro di antico romano, fosse uscito Gherard, l’affascinante medico senza frontiere con una gamba sola o quel traditore di Andrew? Forse anche il veterinario circense o il pittore strampalato, benché d’epoca pure loro, sarebbero stati più gestibili di quest’affare qui… e perfino il Senior tutto sesso e niente rispetto o il peccatore redento o Mathias, l’escort dolce e fragile che mi ha rubato l’anima più di ogni altro. Uno qualsiasi dei mille personaggi a cui quel gran figo di Edward Cullen ha dato anima e corpo sarebbe andato bene… anche quello stupido vampiro vegetariano… ma lasciamo perdere.
Mi avvicino e gli chiedo se vuol fare un bagno. Respiro di sollievo al cenno affermativo con cui risponde alla mia domanda perché emana un discreto lezzo di sudore umano e forse anche equino da cui non sono particolarmente disturbata, anzi, ci siamo capiti via… ma che potrebbe disturbare eventuali rompiballe che si facessero venire la poco felice idea di passare a trovarmi.
Così salgo in bagno e gli riempio la vasca di acqua calda e bagnoschiuma, di quello per neonati. Accendo il caldobagno e… accidenti, mi dico. Bisogna che gli raccomandi di non toccarlo con le mani umide. Quando è tutto pronto lo chiamo.
Arriva in tutta la sua magnifica mascolinità e alza le braccia verso di me perché possa slacciargli la corazza. Non mi passa neanche per l’anticamera del cervello di protestare dicendo che non sono la sua ancella, perché solo l’idea di potergli mettere le mani addosso mi provoca vibrazioni in tutte le parti del corpo che di norma reagiscono al tocco di un uomo. E questo ci riesce senza manco sfiorarmi!!!
Quindi lo libero, con una certa difficoltà, dall’aggeggio che mando a ruzzolare giù dalla scala, e poi lo contemplo con gli occhi sgranati, come una deficiente. Dal sorriso che mi elargisce e dal bendiddio che mostra, suppongo sia abituato a suscitare questo tipo di reazione nelle femmine e io, in questo momento, sono molto femmina… femmina in calore.
Da quella tunica senza maniche abbastanza sbrindellata da far sì che gli scalfi gli arrivino fino alla vita, spuntano certi muscoli scolpiti e una pelle dorata dal sole tali da tentare perfino la madre superiora di un convento di clausura. E quando si toglie anche quella… beh… meglio che stia zitta! Anzi no. Dico solo che mi si piegano le ginocchia… e torno a pensare al Master e Slave. Ricordate?
- Accede! - gli faccio ritrovando la voce e indicando la vasca.
Lui si guarda in giro perplesso, accenna alla tazza del wc che chiama latrinam (cesso) ma dimostra di non avere idea circa il possibile utilizzo del lavabo e del bidet. Cerco di spiegarglielo, a tozzi e bocconi, quindi lo invito nuovamente ad entrare nella vasca salvo poi rendermi conto che non si è ancora liberato del subligaculum, la mutanda dei nostri gloriosi antenati.
A salvaguardia del mio e, soprattutto, del suo pudore mi giro e così rimango finché un robusto splash non mi informa che si è immerso nell’acqua. Allora mi volto lentamente e vado a scontrarmi con due occhi verdi intensi che mi scrutano lasciandomi la sensazione di essere nuda anch’io.
Mi avvicino come calamitata da quello splendido esemplare di maschio e comincio a strofinargli la schiena e insaponargli i capelli: non sia mai che tra quei deliziosi riccioletti color caramello abbia trovato asilo qualche pidocchio!!
Lo sento gemere sotto il tocco delle mie dita e non vi sto manco a dire quel suono cosa mi provoca in mezzo alle gambe.
Gli tiro indietro la testa e gli sciacquo la folta criniera. Di fronte a questo fusto dagli occhi teneri coperto soltanto di schiuma, sono riuscita a mantenere, fino a questo momento, un encomiabile sangue freddo… in apparenza. Perché prima che possano propormi per una medaglia al valor civile, la tentazione di chinarmi e baciarlo sulla spalla piena e nerboruta prende il sopravvento.
Mi chino e lo faccio.
Assaporo con la bocca il punto in cui il suo collo si sposa con la spalla e succhio. Con fusa degne del più raffinato tra i miei gatti, mi fa capire che gradisce. Eccome!! Mi lascia fare fino a quando sento cinque possenti dita afferrarmi per il collo, staccarmi da lì e portarmi su due labbra morbide e voraci che si attaccano a ventosa alle mie. Sento la sua lingua forzarmi la bocca (che non gli resiste per un cazzo) e, con la mia, dare vita ad una danza di esplorazione reciproca.
Non so di preciso come accade, ma resta il fatto che un attimo dopo sono seduta su di lui, a gambe aperte, pienamente consapevole di ciò che ho sotto di me: un gladio di carne calda e pulsante che non aspetta altro che farsi strada dentro il mio corpo.
Le sue mani strappano letteralmente tutto ciò che ho addosso e poi le sento accarezzarmi la gola e soffermarsi sui miei seni in una carezza sensuale. Mugolo di piacere mentre lui gioca con i miei capezzoli duri come sassolini. Chiudo gli occhi e sospiro quando la sua mano scende lungo le cosce e risale fino al fulcro del mio desiderio. Le sue dita scostano lo slip e aprono le pieghe del mio sesso per poi infilarsi pronte a darmi piacere.
- Te relaxa, mea domina! (Rilassati, mia signora!) – mormora entrando e uscendo le dita dalla carne umida e bollente della mia femminilità.
Il primo orgasmo mi lascia senza fiato e mi aggrappo ai bordi della vasca per non svenire dall’intenso piacere che il Britanno mi ha regalato.
Quando riapro gli occhi, lui mi sta guardando intensamente, con i suoi dilatati dall’eccitazione e un sorriso sornione sulle labbra.
Comincio ad esplorare il suo corpo muscoloso meta di tanti sogni erotici e mi soffermo sui capezzoli, come lui ha fatto prima con me, e non gli do tregua fino a che non lo sento gemere. La sua erezione cresce tra le mie gambe e credo di impazzire. D’istinto comincio ad ondeggiare il bacino su di lui mimando l’atto sessuale e le sue mani strappano l’ultima barriera tra di noi. Ed è carne contro carne.
- Cazzo, Edward! Impazzirò così! –
Ovviamente non mi passa minimamente l’idea di parlargli in latino ma credo che lui capisca lo stesso dato che sul viso gli si apre un sorriso malizioso di una bellezza mai vista prima.
Puntando i suoi occhi dentro i miei sento due dita entrarmi dentro da dietro e il suo cazzo spingersi finalmente nella mia intimità. E lo fa lentamente (anche perché, fosse stato diversamente, mi avrebbe letteralmente spaccata in due, tanto lo sento grosso!!) e questo mi permette di assaporarlo centimetro per centimetro mentre prende il totale possesso delle mie carni.
Quando è tutto dentro butta fuori l’aria in un sospiro roco gettando indietro la testa.
- Incredibilis est! (Stupefacente!) -
La sua voce arrochita dal piacere è un incentivo per me che sento la mia carne contrarsi attorno alla sua. Comincio a muovermi su di lui, lentamente, alzandomi per farlo scivolare piano e per poi schiantarmi su di lui inghiottendolo di nuovo prima che il glande faccia capolino all’esterno. Le sue mani avvolgono le mie natiche costringendomi ad un ritmo più serrato. Si spinge dentro di me facendomi dimenticare tutto il resto.
Mi allungo appoggiando la schiena sulle sue gambe piegate a metà e lo sento tutto, fino in fondo. Lui continua a spingere mentre la sua bocca famelica è tornata a divorare i miei seni ed è in quel momento che la potenza del mio orgasmo esplode come un uragano. Mi lascio andare al suo abbraccio mentre anche lui viene copiosamente dentro di me ringhiando come un animale. Lo stringo forte schiacciando il suo viso contro il mio petto e lui mi avvolge totalmente con le sue braccia accarezzando tutta la schiena.
Ancora persi l’uno dentro l’altra veniamo interrotti dal suono insistente del campanello.
Sono indecisa se maledire o benedire il rompiballe. Maledire perché sto così bene con lui dentro di me e benedire perché… cazzo! Non doveva finire così… e poi senza protezione… venirmi dentro… una pazzia!
Il suono continua senza sosta ed Edward mi fa cenno di andare. Mi alzo da lui sentendolo scivolare fuori ancora grosso e teso. Mi avvolgo l’asciugamano addosso e scendo di sotto.
Dai vetri scorgo la figura di Jessica, la mia vecchia amica che vedo poco, da quando si è trasferita in città. Quando torna al paese, cosa che fa abbastanza malvolentieri, non manca mai di venirmi a trovare.
La conosco da una vita. È piena di difetti: conformista, perbenista, altezzosa, snob, della serie l’abito fa il monaco eccome, specialmente se è firmato, ma in fondo è una brava ragazza e mi fa pure un po’ pena.
Dalla morte di sua madre, avvenuta quando eravamo poco più che ventenni, si è trasferita a Seattle presso due cugine (decisamente più vecchie di noi) che hanno i suoi stessi difetti ma centuplicati. Lavora con loro nella gestione di un atelier da cui escono abiti da cerimonia e da sposa. Le deliziose cuginette la tiranneggiano ma, grazie a tutti i soldi che hanno, le permettono di soddisfare gli unici interessi che Jessica ha sempre avuto nella vita, ossia gioielli, pellicce e buona società.
Nessuna ha trovato un uomo con cui spassarsela: francamente non sono un granché, hanno un caratteraccio e una caterva di pretese. Ma, mentre le cugine vivono lo zitellaggio come una benedizione, Jessica vorrebbe disperatamente sposarsi. Per tanti motivi: secondo lei una donna non si realizza senza un marito e il matrimonio è l’unica via possibile per poter scopare. Lei, sulla cui vita incombe oltre al resto, pure l’ombra ingombrante di uno zio prete di quelli vecchio stampo, non può permettersi un comportamento che non sia, a parer suo, ineccepibile. In ogni caso, dato che è anche di gusti difficili, l’uomo non lo trova e a, tutt’oggi, è una zitella trentacinquenne ancora illibata, allo stesso tempo attratta e spaventata da certe faccende.
Le apro la porta sperando che il mio aspetto dismesso le dica quanto sia inopportuna la sua visita. Invece si precipita dentro casa travolgendomi con una serie infinita di parole.
- Ciao, come stai? - baci e abbracci. - Ti piace la mia nuova pettinatura? E la borsetta? Il girocollo? La pelliccia? –
IO ODIO LE PELLICCE!!!
Tenendomi stretta l’asciugamano, la guardo con compatimento e penso: se sapessi chi c’è in bagno ti piglierebbe un coccolone… e se solo sapesse cosa ha interrotto… ma meglio che non le dica niente. Ai suoi occhi passerei per una libertina incallita e mi toglierebbe seduta stante il saluto. Anzi, debbo addirittura inventarmi a tamburo battente che, quelle su cui per poco non è inciampata, sono le catene da neve della macchina e, la corazza del britanno, un trasportino per gatti. Ovviamente tutto ignorando il fatto che potrebbe domandarsi a cosa mi servano le catene da neve in salone e quanto scomodo debba starci un gatto in un trasportino come quello.
Mentre mi sorbisco con stoicismo le geremiadi di Jessica, penso al povero Edward a mollo da quasi venti minuti e ridotto sicuramente alla stregua di una fava. Ma siccome non c’è limite al peggio, la disgraziata mi fa:
- Mi è andato qualcosa in un occhio. Posso…? –
- Sì, puoi – le faccio di rimando soprapensiero e lei si precipita in bagno.
Quando me ne rendo conto è tardi e il danno è bell’e fatto.
- Ah… ecce lavationis ancilla… (ecco la serva addetta al bagno) – gli sento dire quando la vede avendola scambiata per la schiava che dovrebbe provvedere ad asciugarlo e rivestirlo.
E, onde facilitarle il lavoro, esce dalla vasca. Lei, in presenza di cotanto maschione con le vergogne (di cui non ha invero alcuno motivo di vergognarsi) all’aria, caccia un urlo e crolla tramortita sul pavimento.
La scena che mi si presenta davanti agli occhi quando giungo in bagno anch’io, è a un tempo sconvolgente e grottesca. A terra un fagotto di ossa, capelli stopposi color carota ai quali neppure il parrucchiere più esoso della città è mai riuscito a conferire sembianze umane, completino di Missoni e stivali di Ferragamo si contorce in preda a una crisi isterica. In piedi, nudo come un verme ma bello come un dio, con l’aria colpevole di un cucciolo di labrador che ha mangiato la salsiccia ed è stato sgamato dal padrone, se ne sta il glorioso principe britanno, roba da far rivoltare nella tomba la buonanima di Claudio.
- Indue vestiarium! (Vestiti!) - ingiungo al disgraziato con un tono degno del sergente scassacazzo di “Ufficiale e Gentiluomo”, gettandogli sui piedi l’intimo, i jeans, i calzini e il golfone finto irlandese.
Naturalmente non mi preoccupo di spiegargli come si mettono. Ho faccende ben più urgenti da sbrigare. Afferro la povera Jessica per le ascelle, la trascino in salotto (sorvolo sull’impresa per scendere le scale) e quindi la faccio sdraiare sul divano. Meno male che la derelitta peserà sì e no quaranta chili.
Mi allontano solo il tempo necessario per infilarmi qualcosa addosso e, quando torno, vedo che si è ripresa. Mi guarda con aria torva e comincia il terzo grado.
- Chi era quello lì?
- Un gladiatore – faccio io.
- E che ci faceva nudo nel bagno di casa tua? –
Evitando di guardarla, cerco di leggere nei suoi pensieri. Jessica ha la licenza media presa a forza di calci nel sedere ma, avendo anche uno zio prete, il latino è in grado non di decifrarlo ma perlomeno di riconoscerlo a orecchio. L’omaccione a mollo nella vasca, a suo dire, non è affatto un gladiatore ma sicuramente un prete pure lui. È noto infatti che spesso i sacerdoti cattolici usano un latino semplificato per poter comunicare tra di loro quando non conoscono le rispettive lingue (non per niente il Vaticano è l’unico paese al mondo che fa ancora oggi del latino la sua lingua ufficiale). Va da sé quindi che ai suoi casti e pudibondi occhi la sottoscritta, dopo il fattaccio, appare come un’emula della protagonista di “Uccelli di rovo”, assolutamente indegna di essere frequentata da una persona timorata e ben pensante come lei.
Morale della favola: è la fine di una pluriennale amicizia.
Con il morale sotto la suola delle scarpe, crollo a corpo morto sulla poltrona. Avrei voglia di piangere ma invece sorrido quando Edward mi si presenta davanti, mi prende tra le braccia e, dopo avermi sussurrato con il suo vocione suadente Es mulier pulcherrima et nobili set animus tuus (sei una donna bellissima e di nobile animo), mi bacia in maniera possessiva stringendomi al petto.
Per provare ciò che provo è valsa veramente la pena di affrontare tutte le tribolazioni della giornata.
Oh, mamma! Come ti sei conciato?, penso non appena riesco a riprendermi da quel bacio. Ha il maglione alla rovescia, il piede sinistro infilato nella scarpa destra e viceversa, la cerniera dei jeans spalancata sugli slip… lo aiuto a darsi una sistemata e… indovina indovinello: qual è il momento più divertente del restyling?
Lo guardo. Vestito come un ragazzo qualsiasi è un autentico splendore.
Decido di caricarlo sul pick up e portarlo a fare un giro con la segreta speranza di incontrare qualche amica da far crepare di invidia. Ma dopo aver percorso poche centinaia di metri, vedo la faccia di Edward diventare verde e sono costretta a riportarlo indietro prima che mi vomiti le bietole, lo yogurt alla fragola e il Belté sui sedili del mio macinino. Perché non mi sono portata appresso la Xamamina?
Sono frustrata dall’esperienza ma è ormai notte e una bella dormita non può che far bene ad entrambi: a me poveretta, coinvolta in questa esperienza traumatica nel pieno di un inverno gelido, sola e ancora convalescente da un robusto raffreddore; a lui, impiastro catapultato dai fasti della Roma imperiale ai casini del XXI secolo.
A proposito: sicuramente non ha trovato di suo gradimento il giro in automobile ma apprezza il calore dei termosifoni e soprattutto la luce elettrica. Naturalmente non sto a spiegargli come funzionano quelle fantastiche lanterne che non sono complicate da accendere, illuminano a giorno la mia casa e non puzzano di olio rancido… anche perché non l’ho capito nemmeno io.
Preparo il letto nella stanza unendo il mio a quello di mia sorella e lo rifaccio con lenzuola matrimoniali. Non intendo lasciarmi sfuggire l’occasione di averlo ancora addosso.
Lo guardo con la coda dell’occhio spogliarsi e infilarsi sotto le coperte e penso che quell’uomo, apparso in casa mia dal passato, è un’autentica, sontuosa magnificenza di madre natura e mi sta tornando in bocca una certa acquolina…
Mi sdraio al suo fianco e lui mi avvolge immediatamente con il suo calore inebriante e il profumo della sua pelle. Mi cinge fra le sue forti braccia e comincia a baciarmi il collo. Sento il suo naso scorrere lento sulla pelle della spalla e la sua lingua disegnare piccoli cerchi umidi.
Mi giro tra le sue braccia e gli accarezzo e sbaciucchio prima il collo poi il petto. Allungo la mano fin giù, sotto la cintura, e lo prendo tra le mie dita. È duro. È caldo. È pulsante. Sento tutta la sua voglia di farsi nuovamente un’immersione dentro il mio corpo già pronto a riceverlo.
Mi bacia, mi accarezza… mmmhhh la sua punta è sulla porta di entrata… e… e…
Cazzo cos’è? Cosa succede?
Apro gli occhi giusto in tempo per vedere la barbon-puttana spalmarmi il suo tappetino di saliva con la lingua lungo tutta la faccia ridestandomi, la mattina del giorno dopo, proprio al momento culminante (ebbene sì… la cosa dura nei pressi della mia intimità altro non è che una delle sue zampe!!), dall’incubo più bello della mia vita.

11 commenti:

  1. Semplicemente fantastico! Ti ho sgamato quasi subito, da perfetta lettrice di gialli sin dalla tenera età (quando Geronimo Stilton non era ancora stato inventato e forse nemmeno l'autore era nato), ho subito pensato che altro non poteva essere che un sogno.
    Ma che magnifico sogno! Chi non si sarebbe approfittata di cotanta beltade?
    Braverrima Paola! I miei 3 punti credo abbiano trovato casa.
    JoTyP.

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    1. Carissima Jo... non sarebbe potuto essere altrimenti. Magari si riuscisse a far uscire dal pc l'attore del momento!!! Avrei la casa invasa di Robert in tutte le salse... e mio marito sbolognato fuori di casa...
      Grazie comunque... sono contenta che ti sia piaciuta...

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  2. haHAHAHAHAHAHAHAHAH!!! e mi è toccato rileggerla!!!
    Questa è la Abbella più pazza di cui abbia mai letto! In assoluto!!! E' da ricovero!!! ahahahahahahahaah!!! quanto ho riso!!!
    Deliziosa!!!!
    -Sparv-

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    1. Credo di aver fumato molto pesante quando mi è venuta in mente 'sta cosa... ed è solo grazie a Patzis che sono riuscita a rifinirla nel modo migliore...
      Grazie

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  3. E NOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    Che delusione :(
    Scherzi a parte, non mi aspettavo un finale simile, ho pensato a un sacco di possibilità, ma non al sogno. Bravissima, l'hai resa talmente bella e coinvolgente che non ho avuto la possibilità di ragionare sulla follia.
    E cosa vogliamo dire sui personaggi che hai elencato risvegliando fantasie selvagge (e non solo in Bella)?
    Sei davvero bravissima Paola, complimenti.

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    1. E quali altre possibilità hai trovato se posso chiedere?
      Io credo che anche il ritmo stesso degli eventi che sono concatenati sì ma senza una vera e propria logica aprano la strada all'unica soluzione possibile, cioè il sogno. Non credi?
      Sono contenta di averti divertita e i personaggi... beh... sono innamorata di tutti perciò...

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  4. Ah ah ah ah ah fantastica!
    Divertente, simpatica e frizzante!
    Bravissima Paola...
    carina l'idea del sogno...quasi quasi vado a fare un pisolino...ah ah ah
    Baci
    Moni

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  5. Mi dispiace dirlo ma ti ho sgamato anch'io......avevo capito subito che era un sogno.....ma che sogno però......
    Non sò cosa darei per ritrovarmi il Britanno nel salone di casa.....per non parlare degli altri che hai nominato....
    Un idea davvero carina e un bellissimo omaggio alle nostre scrittrici alle quali mi sembra tu ti sia aggiunta!!!
    Complimenti
    Un Bacio

    JB

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    1. Wow... essere aggiunta al panorama delle scrittrici è un azzardo però. Non ho l'esperienza delle altre ma spero di essere all'altezza per il futuro...
      Grazie milla

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  6. Paola....questa OS è MERAVIGLIOSA!
    Sei stata bravissima....è divertente, spiritosa....un mix letale!
    Ho riso un sacco e pure io come Jo, ti ho sgamata! Ma cavoli...sono arrivata fino alla fine sperando che non fosse così ahahaha. Davvero bravissima...
    Sai che voglio davvero leggere qualcosa di più di te.....ti prego, facci il sacrosantopiacere di scrivere di più, di più, di più! Bravissima
    Un abbraccio
    aly

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