L’amore ritrovato
O/S di Perrypotter Efp
Corre intorno al tavolo. Ride senza sosta.
Sa che non può sfuggirmi ancora per molto. È senza fiato, sente che sta per
cedere e che presto sarà tra le mie braccia. Finge di essere seccata, ma il
sorriso che riempie il suo viso e la luce brillante nei suoi occhi la
smentiscono nettamente.
Ancora qualche giro intorno al tavolo e
le mie braccia l’avvolgono teneramente. Non stringo, non è necessario, non
vuole scappare davvero. La tengo in vita facendole il solletico, la sua schiena
premuta sul mio petto, la sua risata risuona melodiosa fin nella mia anima.
Volta il viso immergendo il suo sguardo marrone nei miei occhi, avvicina le
labbra alle mie per un bacio tenero e appassionato allo stesso tempo.
«Ti amo, Edward Cullen.»
«Ti amo, Isabella Swan e ti sposerò.
Presto, molto presto. Appena sarò in grado di offrirti tutto quello che meriti,
diventerai mia moglie.»
«Allora sbrigati, dottore. Non voglio
aspettare troppo.»
La bacio con tutta la passione e l’amore
che sento dentro. Niente al mondo ci potrà separare, il nostro amore non ha
confini. Presto finirò l’internato e la nostra vita continuerà senza più
salite, ci saranno solo discese e le percorreremo insieme.
Il suo viso si adombra. Il tavolo del
nostro piccolo appartamento sparisce, al suo posto il tavolino all’aperto del
bar davanti all’ospedale. È fredda, non mi guarda, non mi stringe le mani come
suo solito. Il suo tono è categorico, non mi da nessuna scelta.
So che sto sognando. Tento di
svegliarmi, ma non ci riesco. Devo farlo, devo assolutamente svegliarmi. Non
posso rivivere quel momento ancora una volta. È troppo doloroso. Il cuore mi
sta scoppiando nel petto. La odio con tutto me stesso adesso. Non voglio
sentire il mio cuore andare in mille pezzi ancora una volta.
«Non ti amo più...»
«Sono innamorata di un altro…»
«Addio, Edward…»
I
colpi continui alla porta mi permettono di aprire gli occhi e non sentire quel
dolore acuto che aspettavo, ma lui è comunque lì. È come una morsa che spreme
il mio cuore in modo incessante. Dopo quasi sei anni non sono ancora riuscito a
liberarmi di lei, del suo ricordo, delle sue labbra, delle sue menzogne.
Altri
colpi mi costringono a riprendere coscienza della realtà. Grugnisco una
risposta intellegibile persino per me.
La
porta si apre e una testa timida fa capilino.
«Dottor
Cullen, mi spiace disturbarla, ma la richiedono in pediatria.»
«Sparisci,
Tyler. Ho fatto un turno di dodici ore al pronto soccorso. Cerca la Denali e portaci lei in
pediatria.»
«Ma
dottore…»
«Sparisci.
Ho solo poche ore per riposarmi e riattaccare, in pediatria per l’appunto.»
Sono
uno strutturato del reparto pediatrico. Se tutto va come deve, entro breve avrò
la promozione che aspetto da sempre e diventerò il responsabile del reparto.
Ancora poco tempo e il mio sogno diventerà realtà.
Peccato non poterne gioire con colei che
ha giurato di restarmi accanto per sempre.
Volgo
lo sguardo alla porta. Il giovane tirocinante è ancora lì.
«Che
diavolo hai da stare impalato sulla porta?»
«Ecco…
vede… la donna che è arrivata…»
«Che
donna?»
«Non
lo so. Ha detto solo che cercava il dottor Cullen. Le ho detto che non era di
turno in pediatria, ma ha detto che se era in ospedale doveva vederla e che non
sarebbe andata via finché non avesse visitato sua figlia.»
«Dio,
sei un tale incompetente. Non sei in grado di dire a una donna che se un medico
non è di turno deve essere assistita da un altro medico? Cosa farai quando
sarai uno strutturato - sempre che tu ci arrivi - e ti costringeranno a
rinunciare ai pochi minuti che avrai per riposare ed evitare in questo modo di uccidere
qualcuno per il sonno?»
«Mi
creda, dottore, ho provato a farla ragionare, ma è disperata. Vuole vedere solo
lei e ha gli occhi tremendamente lucidi e…»
«Va
bene. Va bene, ma questa te la faccio pagare. Ti conviene andare a mangiare in
qualche angolo buio per i prossimi mesi perché troverò sempre qualcosa da farti
fare ogni volta che ti vedrò seduto.»
«Ma
dottore…»
«Taci!
Mi irrita solo sentire la tua voce.»
Mi
avvio lentamente verso la pediatria sbuffando. Il ragazzino mi sta dietro,
testa bassa, espressione mogia. So di essere stato duro con lui, ma, per la
miseria!, quello era il mio tempo per riposare. Non ho la testa per stare
dietro all’isteria di una donna preoccupata per sua figlia, soprattutto dopo il
mio solito, schifoso sogno che torna sempre ad assillarmi non appena abbasso la
guardia.
«Dov’è?»
chiedo spazientito al giovane alle mie spalle.
«Stanza
quattro» mi risponde indicandomi il vetro trasparente dietro il quale una bimba
sta seduta composta sul letto. «L’hanno mandata direttamente dal pronto
soccorso.»
Recupero
la cartellina senza guardare le informazioni contenute. Amo i bambini, prima di
leggere dati e statistiche che li riguardano voglio avere un contatto con loro,
interagire e farmi un’idea sulla piccola persona che ho davanti, prima che coi
suoi problemi di salute.
Entro
nella stanza e il sorriso che ho sulle labbra scompare quasi completamente
quando poso lo sguardo su quel piccolo angelo.
Ha
una bambola di pezza tra le mani, pettina i capelli di lana con le dita prima
di stringerla tra le braccia e parlarle con gli occhi chiusi.
«Vedrai,
Lily, questa volta andrà bene. Mamma dice che questa è l’ultima volta che
facciamo la terapia. Il nuovo dottore ci guarirà e staremo bene.»
La
piccola culla la sua bambola canticchiando una canzone smuovendo ricordi
lontani che non riesco ad afferrare. Tyler, dietro di me, è silenzioso e
affascinato quanto e più di me da quella creatura incantevole. Noto
immediatamente che ha i capelli molto corti anche se non abbastanza da celare
le onde morbide che le incorniceranno il viso una volta cresciuti. Ha fatto
chemioterapia. Hanno un colore particolare, automaticamente porto una mano ai
miei, sempre stravolti. La sua pelle è molto pallida, gli occhi sono cerchiati
di scuro, le labbra mancano di quel colore acceso tipico dei bambini piccoli.
Mi si stringe il cuore a vederla così, ho scelto questa branca della medicina
perché ho bisogno di prendermi cura dei bambini, è una necessità fisica che mi
permette di vedere il buono anche quando di buono c’è ben poco. Prendo un
respiro profondo ricacciando indietro il dispiacere per lei, già sapendo che
farò qualunque cosa sia in mio potere per ridare l’infanzia a questa bambina,
ma è quando apre gli occhi puntandoli nei miei che mi manca il fiato. È come se
potessi affogare in quel mare di cioccolato; le ciglia lunghe, la profondità di
quello sguardo, inclina leggermente la testa e mi regala un sorriso splendente.
Annaspo in cerca d’aria, vengo catapultato indietro nel tempo a quando mi perdevo
nella profondità dello sguardo di Bella. Dio! Devo uscire da questo tunnel. Non
posso restare a fissare una bambina che ha bisogno di me solo perché ha gli
occhi marroni come milioni di altre persone nel pianeta. Certo, però, quel
marrone così caldo…
«Dottore,
tutto bene?»
Riemergo
dal mio stato comatoso scrollando le spalle.
«Sì.
Sì, tutto bene» sussurro più a me stesso che al ragazzo al mio fianco.
«Buongiorno,
principessa. Sono il dottor Cullen e lui è il dottor Crowley. Come ti senti,
Angelo?»
«Non
mi chiamo Angelo» mi risponde senza perdere il sorriso, ma, anzi, arrossendo e
abbassando gli occhi.
Signore,
aiutami tu. Questa bambina mi sta riportando alla mente troppi ricordi.
«E
come ti chiami?» le chiedo non volendo ancora guardare nella sua cartella.
«Elizabeth»
mi dice con quel suo sorriso accattivante mentre il cervello mi sta scoppiando.
Se sarà una femmina la chiameremo
Elizabeth, come tua nonna. Se sarà un maschio, invece, lo chiameremo Ethan.
E io non conto niente in questa
decisione?
Io porto il peso, io decido i nomi concludeva sempre con quella sua faccetta buffa e
risoluta mentre il mio cuore scoppiava di felicità.
La
bambina mi guarda quasi preoccupata. Tyler, al mio fianco, lo è di sicuro.
«Hai
un bellissimo nome, Angelo.»
Scoppia
a ridere per la mia insistenza nel chiamarla in quel modo.
«Tu
sei il dottore che mi guarirà? Mamma dice che puoi farlo solo tu.»
«Beh,
ti posso assicurare che farò tutto quello che posso. È una promessa» le dico
portandomi l’indice al cuore segnandoci una croce sopra.
Lei
allarga gli occhi sorpresa. «Anche mia mamma lo fa. Quando fa croce sul cuore è
sicuro, sicuro, sicuro che è una promessa vera.»
Se fai croce sul cuore è una promessa
vera. Dopo non puoi rimangiarti quello che hai detto.
Sto
impazzendo. Non trovo altre spiegazioni a questi miei continui viaggi nel
tempo. Forse sono troppo stanco e non riesco a controllare la mia mente. Dovrei
lasciare questa stanza e andare a riposare davvero. Dovrei prendere qualcosa
che mi aiuti a non sognare e non svegliarmi più stanco di quando mi sdraio. Ma
dovrei lasciare questa bambina a un altro dottore. Mai! C’è qualcosa che mi
tiene avvinto alla piccola. Qualunque cosa sia. Sono costretto per l’ennesima
volta a tornare coi piedi per terra.
«Tua
mamma ha ragione. Non si può mentire se fai croce sul cuore.» Tento di
sorridere al meglio del mio potenziale, ma non so quale sia il risultato. «Allora,
cosa ti porta in questo luogo di allegria e spensieratezza?» L’ironia è palese
e non dovrei assolutamente utilizzarla con una bambina. Per fortuna pare che
non ci faccia caso e mi risponde come se le avessi fatto una domanda più che
lecita, ma quello che dice mi getta ancora di più nello sconforto.
«Ho
la licemia e devo fare un pianto.»
Ingoio
il groppo che mi si è formato in gola tentando in ogni modo di non vedere quel
piccolo angelo come la bambina che ho sempre sognato… che abbiamo sognato. Una bimba che rischia di morire molto presto, se
non si trova un donatore compatibile.
«Dov’è
la tua mamma, Angelo?»
«Sono
qui.»
Il
sussurro alle mie spalle mi gela il sangue nelle vene. Non può essere. Ti
prego, ti prego, no. Qualcuno mi dica che mi sono fatto condizionare da questa
bimba bellissima e dal rimpianto per il mio passato.
«Si
dice leucemia, tesoro e trapianto.» E questa volta non posso davvero confondere
la voce che tormenta i miei sogni notte dopo notte.
«Ecco,
infatti» puntualizza la piccola guardandomi sorridente.
Il
mio corpo rigido si rifiuta di voltarsi e incontrare colei che amo e odio con
tutto me stesso, guardo invece in basso, alla cartella che stringo tra le mani,
constatando per la prima volta coi miei occhi il nome della mia piccola paziente:
Elizabeth Swan. Stronza bastarda! Ha
davvero dato a sua figlia il nome di mia nonna. Come non fossero bastate le
prese per il culo che mi ha rifilato ogni volta che giurava di amarmi.
Mi
volto lentamente incontrando finalmente il suo sguardo e mi incazzo ancora di
più con me stesso perché non credo di riuscire a dissimulare del tutto
l’effetto che produce in me rivederla. È ancora più bella di quanto ricordassi,
speravo che fosse diventata grassa, che la sua pelle fosse ingrigita a causa
del fumo - anche se non ha mai fumato ci speravo -, che le sue labbra non
fossero ancora rosse come le ricordavo, che i suoi occhi non fossero più quel
caldo marrone che mi incantava ogni volta. Invece devo usare tutto il mio
controllo per guardarla con freddezza anziché prenderla tra le braccia e
forzare quelle labbra rosse con la mia lingua.
«Isabella,
ti direi che è un piacere rivederti, se non temessi una punizione divina.»
Abbassa
gli occhi che mi accorgo essere lucidi, si morde il labbro, congiunge le mani
tremanti. La solita commedia insomma. Se fossi ancora lo stesso uomo che ha
abbandonato anni fa, le prenderei le mani strofinando i pollici sui polsi, le
solleverei il mento fino a immergere i miei occhi nei suoi, farei tutto ciò che
posso per far scomparire l’aria triste dal suo viso. Ma non lo sono più, quella
parte di me è morta insieme al mio cuore quando mi ha lasciato per un altro uomo.
Forse il padre di sua figlia - e anche se non vorrei, il petto mi fa un male
cane al pensiero -, forse quello prima di lui o quello ancora prima. Non posso
sapere quanti uomini ha avuto in questi anni e mi piacerebbe poter affermare a
voce alta che non me ne frega un cazzo di niente. La sua voce mi giunge
tremante.
«Ciao,
Edward.» Che grande attrice!
«Dove
vivi tu hanno chiuso tutti gli ospedali?»
«Ho-ho
bisogno di te.»
«Io
ho avuto bisogno di te per molto tempo dopo che te ne sei andata, ma, ehi, che
peccato!, te ne eri andata con un altro.» Mi odio per quello che ho detto, per
averle fatto capire quanto mi ha ferito lasciandomi.
«Ti
prego» sussurra in risposta.
«Mami?»
Sposta lo sguardo per puntarlo sulla bambina facendole un sorriso stentato. Mi
volto anche io vergognandomi come un ladro per essermi fatto prendere dalla
rabbia davanti a una creatura così piccola che a bisogno solo di cure e
tranquillità.
«È
tutto a posto, amore.»
«No.
Non è vero» risponde risoluta. «Non mi piace lui. Ti fa piangere.» Ci resto
malissimo a sentirla parlare in quel modo. Non so perché, ma vorrei che
pensasse il meglio di me. Forse è solo il mio orgoglio di medico, tutti i
bambini che curo mi amano. Voglio che sia altrettanto anche con lei.
Mi
supera mettendosi davanti a sua figlia. Si accovaccia per essere alla sua
altezza prendendole le mani e baciandole dolcemente.
«No,
amore, non mi fa piangere. Non preoccuparti. Edward ci aiuterà, è il dottore
più bravo del mondo, te l’ho detto.»
«Ma
se ti fa piangere torniamo a casa da nonno?»
«Promesso,
piccola, ma non lo farà.» La piccola libera una mano portandola alla guancia di
Bella, come se, con quel gesto, potesse conferirle amore e tranquillità e forse
lo fa davvero perché riesco a vedere come lei chiude gli occhi respirando lentamente.
Non è giusto che una bambina così piccola debba confortare la madre, dovrebbe
essere il contrario e poi, dove diamine è il padre?
Bella
riprende la posizione eretta voltandosi ancora verso di me.
«Possiamo
parlare un momento?» Vorrei urlarle in faccia di andare a farsi fottere come ha
fatto sino ad oggi, ma lo sguardo che mi lancia Elizabeth mi fa tornare sui
miei passi. È stranissimo. Come se mi stesse sfidando a maltrattare la madre.
Nei suoi occhi vedo confusione e forse anche un po’ di tristezza. Evidentemente
non capisce perché sono tanto duro con sua madre e io ho solo voglia di
riscattarmi ai suoi occhi.
Mi
piazzo davanti a lei sorridendole come ho fatto prima, sembra funzionare anche
se resta in lei un’aria leggermente guardinga.
«Senti,
Angelo. Ti spiace se io e la tua mamma andiamo a prendere un caffè mentre il
dottor Crowley ti tiene compagnia? Non staremo via molto, va bene?»
Sposta
gli occhi da me a sua madre che la tranquillizza con un sorriso.
«Va
bene» risponde alla fine lei.
Evito
di toccare Bella standole dietro quando usciamo. Mi volto un’ultima volta
rivolgendomi alla piccola: «Mi raccomando, Angelo, controllalo perché è un vero
pasticcione. Non fargli toccare niente, intesi?»
Lei
ride. Ha la più bella risata che abbia mai sentito, è più melodica persino di
quella della madre.
Lasciamo
la stanza dirigendoci verso la caffetteria dell’ospedale. Un posto neutrale è
quello che mi occorre in questo momento. Non voglio trovarmi solo con lei, non
voglio poter avere l’occasione di coprirla di insulti, né di rendermi ridicolo
chiedendole cosa le ho fatto mancare per lasciarmi come un cane dopo anni di
quella che ritenevo una relazione perfetta e piena d’amore. Vorrei poterle
sventolare davanti agli occhi una bella fede matrimoniale al mio anulare
sinistro, vorrei che sapesse che senza di lei sono stato benissimo e quello
sarebbe il simbolo migliore per dimostrarle che sono andato avanti
meravigliosamente senza di lei. Peccato non poterlo fare, peccato non aver
incontrato una donna che si avvicinasse anche solo lontanamente a farmi provare
i sentimenti meravigliosi che provavo con lei. Nel momento in cui si siede a un
tavolo appartato, mi avvicino al banco per ordinare un caffè nero e un
cappuccino chiaro con poca schiuma. Solo dopo aver portato l’ordinazione al
tavolo mi rendo conto di non averle chiesto cosa preferisce. Magari ha cambiato
gusti, ma prima che possa chiederle conferma la vedo togliersi furtivamente una
lacrima dall’angolo dell’occhio. Mi conferma l’ordinazione ringraziandomi. Stringo
la mascella fino a sentire dolore ai denti. Se non la smetto sarò io a dover
essere curato, ai denti prima e al cuore dopo o forse il contrario. Che cazzo
ha da piangere? Sono io quello che è stato mollato senza nessun preavviso.
Mi
siedo rigido come uno stoccafisso. Attendo che beva un sorso del suo cappuccino
prima di prendere la parola.
«Allora,
ha davvero la leucemia?» Che domanda idiota! Chi mai direbbe alla figlia di
avere una malattia simile se non fosse vero? In ogni caso, la risposta mi
arriva forte e chiara negli occhi di Bella, lucidi e tristi.
«Quindi…
sì… come te la passi?» Riuscirò a formulare una domanda che non sia frutto
della più totale idiozia?
«Bene…
bene.»
«Quindi…
stai ancora con lui?» Vaffanculo. Vaffanculo. Vaffanculo a me.
«Edward,
ti prego.»
«No,
davvero. Non ci sono problemi. Puoi parlamene tranquillamente. Io sono… ok.
Davvero.» Abbassa lo sguardo nel momento in cui gli occhi le diventano lucidi
per l’ennesima volta.
«Quindi?»
Voglio fare del male a lei o a me? Perché se è lei che voglio colpire dovrò
applicarmi un po’ di più per evitare di sentire il mio cuore lacerarsi ancora e
ancora.
«Io,
non…»
«Eri
già incinta?»
Solleva
la testa di scatto sbarrando gli occhi. Beccata, eh?
«Quindi
eri incinta.» Scuoto mestamente la testa mentre lei annuisce silenziosamente.
«Cristo!
Ti amavo così tanto! Eri innamorata di lui?»
«Sì»
sussurra conficcandomi un paletto nel cuore.
«E
lui? Anche lui ti amava quando mi hai lasciato?»
«Io…
io… credo di sì.»
«Mi
hai mollato per uno del quale non eri nemmeno sicura?» Vorrei che la mia voce
trasmettesse tutto il mio disgusto, ma riesco a produrre solo una sorta di
lamentela alla quale non risponde.
«Lo
ami ancora?» Si torce le mani, il cappuccino abbandonato sul tavolo.
«Non
ho smesso un solo giorno di amarlo.»
Bene.
L’ultimo brandello di cuore se n’è andato dritto, dritto al cesso. Meglio così.
Forse adesso potrò andare avanti e lasciarmi questa storia alle spalle.
«Dov’è
adesso?» sputo fuori con tutto il mio disprezzo.
«Io…
non è lontano» mi dice abbassando ancora lo sguardo. È sempre stata una ragazza
fiera, ha sempre tenuto alta la testa senza mai piegarsi. Adesso sembra solo un
pulcino timoroso.
«Avete
già fatto il test di compatibilità?» Anche questa è una domanda stupida, ma il
medico che c’è in me ha bisogno di formularla per escludere le probabilità.
«Io
sì.»
«Che
cazzo significa tu sì? Dove diavole è il padre di Elizabeth? Tra l’altro, non
ti è parso leggermente di cattivo gusto darle il nome di mia nonna?»
«Non
avrei potuto darle nessun altro nome.»
«Sei
davvero patetica. Cos’è, volevi ricordarti per il resto della vita dello
sfigato che si è fatto prendere per il culo da te?»
«Ti
prego, Edward» singhiozza.
«Risparmiami
la recita, Bella. Anche lui deve fare il test. Trovare un donatore compatibile
è un’impresa titanica. Prima di tutto è necessario cercarlo all’interno della
sfera familiare del paziente. Non vuoi dare a tua figlia una possibilità di
vivere una vita normale?»
«Lui…
non sapeva che è malata.»
«Fammi
indovinare? Hai mollato anche lui? Alla fine non era tutto quel granché che
avevi immaginato?» Non posso fare a meno di gioire del fatto che la sua
decisione sia stata quella sbagliata e che anche un altro abbia passato le mie
stesse pene. Sono davvero miserabile, mi gratifico con le sofferenze di un
poveraccio che nemmeno conosco. «Comunque, non sono affari miei quello che hai
fatto della tua vita. Mi importa che gli chieda di fare il test per poter fare
il trapianto alla bambina.» Devo pensare alla mia paziente adesso, tutto il
resto non mi riguarda. Voglio farlo il prima possibile per organizzare l’equipe
e la terapia per la piccola. «Quando intendi chiedergli di fare il test?»
Bella
solleva gli occhi puntandoli nei miei. Non ci sono più lacrime, solo una ferma
e fredda determinazione pur mantenendo una patina di tristezza immensa che mi
lascia spaesato finché senza spostare lo sguardo mi dice: «Lo sto facendo
adesso.»
Pensavo
di averne avuto abbastanza. Credevo che niente mi avrebbe potuto ferire di più
del suo abbandono. Ero convinto di non avere più un cuore da spezzare, invece
il dolore che sento al petto mi toglie il fiato. Non può avermi fatto una cosa
simile, eppure la verità è davanti ai miei occhi, nel riflesso dei suoi ancora
fissi su di me. Sento che sto per vomitare. Devo allontanarmi subito da questo
posto. Sposta la sedia talmente in fretta da rovesciarla. Le mani mi tremano
mentre la raccolgo la sedia e la rimetto al suo posto.
«Vieni
con me.» Devo andare via, subito. La guardo malamente, ma lei resta ferma dove
si trova, intimorita dal mio atteggiamento.
Non
hai ancora visto niente, maledetta stronza.
Stringo
la mia mano sul suo braccio costringendola ad alzarsi. Ignoro bellamente il suo
gemito di dolore. Dolore? E il mio allora? Che posto ha la mia di sofferenza in
tutta questa storia di merda?
La
costringo a camminare al mio fianco, apro la prima porta che incontro,
lanciandola quasi all’interno.
«Parla»
le ringhio contro.
«Edward,
ti prego, calmati.»
Calmarmi?
Faccio dei respiri profondi tentando con ogni fibra del mio essere di ascoltare
la sua preghiera. Si possono contare sulle dita di una mano le volte che ho fatto
a botte nella mia vita e sicuramente non ho mai nemmeno immaginato di picchiare
una donna, ma - che Dio mi aiuti - ho voglia di mettere le mani al collo alla
donna che mi trovo davanti.
«Parla,
Isabella» sibilo provando a tenere un tono basso. «Adesso.» Devo essere
assolutamente certo che quello che ho capito sia esattamente quello che è
successo e devo sentirlo dalla sua voce.
«Io…
io non volevo. È successo tutto così in fretta. Tu… il tuo sogno era…»
«No!
Non dirlo, Bella. Non azzardarti a dire che l’hai fatto per me. Non provare
nemmeno a dire che mi hai rubato la vita per farmi un favore.»
«Ma
è vero» mi risponde come se avesse finalmente riacquistato la baldanza di un
tempo. «Ormai stavi terminando il tirocinio, saresti diventato un dottore a
tutti gli effetti, il tuo sogno si stava realizzando. Se ti avessi detto che
aspettavo un figlio avresti abbandonato tutto, avresti cercato un lavoro per
mantenerci e… non potevo permetterlo.»
«Quindi
è vero» sussurro in procinto di piangere. «Elizabeth è mia figlia.»
«Sì»
risponde sommessamente.
Mi
allontano sferrando un pugno contro uno scaffale di fianco a me per non
scaricare la mia rabbia su di lei.
«Porca
puttana, Bella! Come hai potuto farmi una cosa simile? Sapevi che avrei fatto
qualunque cosa per te. Sapevi che avrei mollato tutto per provvedere a voi e,
che tu sia dannata, Isabella, sapevi quanto desideravo avere una famiglia con
te.»
«Mi
dispiace. Pensavo di dirtelo quando avresti passato l’esame, ma poi Lizzie si è
ammalata e ho dovuto pensare a lei e alla terapia e il tempo passava… Non
sapevo se ti fosse rifatto una vita, non volevo piombare di nuovo nella tua
vita e sconvolgerla.»
«E
quindi hai pensato bene di tenermi nascosta mia figlia» affermo senza celare il
mio disgusto. «Me l’avresti mai detto? Se Elizabeth non si fosse ammalata, mi
avresti mai informato della sua esistenza?» Abbassa lo sguardo mordendosi il
labbro. Mi fa incazzare ancora di più quindi decido di lasciar perdere. «Non
importa, non più ormai. Adesso voglio solo pensare a mia figlia e alla sua
salute. Prima di tutto accerteremo la compatibilità e poi predisporrò tutto per
il trapianto. Non voglio neanche pensare all’eventualità che non sia possibile,
ti consiglio di pregare ogni Santo che conosci in Paradiso affinché questi
cinque anni che mi hai rubato non siano gli unici a sua disposizione» le dico
lasciando la minaccia in sospeso e neanche troppo. Pensi quello che vuole,
l’importante è che non speri di avere sconti da parte mia. La odio, mi ha fatto
più male di quanto potrebbe mai fare nessun altro al posto suo; il massimo per
me, sarebbe non provare questa voglia immensa di prenderla tra le braccia,
stringerla sino ad inglobarla nel mio corpo per non permetterle mai più di
allontanarsi da ma, baciarla e dirle che niente ha più importanza ora che è di
nuovo insieme a me e nostra figlia con noi. Sono solo un patetico idiota del
cazzo.
Un
altro tarlo mi ossessiona, però.
«Cosa
sa lei di me? Cosa sa di suo padre?» Bella continua a guardare il pavimento o
gli scaffali che ci circondano, ma quando risponde mi guarda negli occhi.
«Sa
che sei un dottore molto bravo, che ti occupi di tanti bambini che hanno
bisogno del tuo aiuto e che ti trovi lontano e impossibilitato a stare con noi.»
«E
per quanto ancora avevi intenzione di rifilarle questa stronzata? Quanto credi
che avrebbe impiegato ancora prima di capire che ovunque mi trovassi nel mondo
avrei potuto trovare il modo per farmi sentire? O speravi che morisse prima che
cominciasse a fare domande imbarazzanti?»
Il
dolore nei suoi occhi è talmente intenso che riesce a farmi sentire una merda
totale. Sono stato meschino e cattivo oltre ogni possibile giustificazione, so
che non penserebbe mai una cosa simile come so che dovrei scusarmi, invece mi
volto e apro la porta che ci tiene separati dal resto del mondo uscendo da
quella stanza in silenzio.
Sento
la sua presenza dietro di me e un piccolo singhiozzo sfuggito alla sua volontà.
Maledizione! Non voglio che mi faccia pena. Sono io quello che è stato ferito
in questa storia, non lei. Sono io che sono stato privato del mio diritto di
padre, che non ho sentito la sua prima parola, che non ho visto i suoi primi
passi, che non ho potuto cullarla le notti in cui non riusciva a dormire.
Trattengo a stento le lacrime, non voglio farmi vedere in queste condizioni dal
resto del personale e non voglio che lei mi veda così. Sarebbe stato tutto
talmente semplice se me ne avesse parlato, avremmo trovato un modo per farcela
comunque, sarei diventato ugualmente un medico; forse avrei impiegato un po’ di
più, ma saremmo stati insieme e io avrei continuato ad amarla follemente come
ho sempre fatto anziché odiarla ferocemente. Ma poi, è davvero così? La odio
davvero o la amo come prima?
«Mi
dispiace davvero, Edward. Spero che un giorno riuscirai a perdonarmi» mi
sussurra da dietro le spalle e io davvero non so se sta parlando con me o con
sé stessa. Non rispondo, non ne ho la forza perché sento che sto già cedendo e non
lo voglio ammettere nemmeno nel mio intimo.
Bastano
pochi giorni per stabilire la mia compatibilità per il trapianto e non sto più
nella pelle. Quando ho guardato i risultati mi è sembrato di impazzire dalla
felicità. Bella, al contrario di me, non riesce a contenere le lacrime, prende
la piccola in braccio pur essendo già molto lunga per la sua età e la fa girare
in tondo assorbendo la sua linfa attraverso il contatto; Elizabeth ride felice
e, senza capire come, mi trovo coinvolto in un abbraccio di famiglia che mi fa esplodere il cuore.
«Allora
è vero che sei il dottore più bravo del mondo» mi dice mia figlia baciandomi
una guancia. È in quel momento che i miei occhi diventano lucidi e la voce mi
si incrina pericolosamente.
«No,
piccola, non sono così bravo, ma sono felice che lo pensi.» Accarezzo la sua
guancia rosa che mi ustiona le dita. Lei inclina leggermente il viso come se
volesse assaporare la sensazione della mia mano.
Dio
mio, l’amo! Amo follemente questa bambina che conosco da pochi giorni e, per
assurdo, sembra che anche lei abbia sviluppato un certo affetto nei miei
confronti. Non ho mai provato niente di simile nemmeno per sua madre, è
diverso, potente, totalizzante, mi fa sentire come se potessi fare qualsiasi
cosa. Non voglio mai più fare a meno di tutto questo.
Nei
giorni passati ho saputo che quando si è scoperta incinta, Bella è tornata a
vivere da suo padre, che lavora part time in un negozio di alimentari della
zona e non vede, né sente spesso sua madre che abita dall’altra parte del Paese
col secondo marito, ma soprattutto mi ha detto che Elizabeth ama gli animali e
vorrebbe un cane, un paio di gatti, una tartaruga e un centinaio di uccellini;
mi ha detto che è molto intelligente e sveglia - non che non l’avessi capito da
solo -, che le piace disegnare e usa sempre colori vivaci anche quando ci
starebbe meglio un colore più cupo e che, al contrario, non ama essere vestita
come una bambolina. Preferisce i peluche alle bambole, fatta eccezione per
quella di pezza che non lascia mai, e ama immensamente sua madre, ma questo
l’ho capito da come si comporta con lei. Mentre parlava di nostra figlia, era
come se tutta la tristezza che le ho visto negli occhi fosse scomparsa, come se
si trovasse in un mondo tutto suo dove Lizzie è il centro assoluto della sua
esistenza. Ho invidiato ogni singolo momento che mi ha raccontato e ho stretto
mani e denti per non sputarle addosso tutto il mio rancore ancora una volta.
Dobbiamo tenere un atteggiamento civile, è indispensabile se voglio avere un
rapporto con mia figlia, il resto si aggiusterà, in un modo o nell’altro.
Cerco di passare
sempre più tempo con la piccola in modo che si abitui alla mia presenza prima
di rivelarle il nostro rapporto. Vorrei che si affezionasse a me almeno un
decimo di quanto io lo sono a lei, so che non sarà facile farmi accettare da
lei, dopotutto le è stato detto che, per tutto questo tempo, ho preferito
prendermi cura di altri bambini che di mia figlia. Voglio che, insieme a Bella,
arriviamo a farle capire che non è colpa mia se non sono stato presente nella
sua vita, ma non voglio che capisca quanto sua madre si sia comportata male o
che avverta l’astio che ancora provo per lei. Vorrei che la sua vita fosse
serena e che, magari, cominci a dividere l’amore che prova per Bella donandone
un po’ anche a me, che provi a vedermi non soltanto come il suo dottore, ma
come suo padre. Bella ha già iniziato a parlarle e farle capire che sono
qualcosa in più di un estraneo che le ha donato il midollo, ma lei è ancora
troppo piccola per capirlo, ci vorrà del tempo.
Anche Charlie è
arrivato in ospedale, per stare vicino a sua figlia, ma anche alla piccola. Per
prima cosa abbraccia Elizabeth consegnandole un nuovo peluche, un pony, subito
dopo da un veloce abbraccio imbarazzato a Bella e poi si rivolge a me con aria
seria.
«Edward» mi dice
porgendomi la mano che prontamente stringo, «vorrei che sapessi che non sono
mai stato d’accordo con la sua decisione, ma è mia figlia e ho dovuto
rispettare la sua volontà. Se fosse dipeso da me, non avresti passato neanche
un giorno lontano da loro, soprattutto viste le motivazioni. So come ci si
sente a stare lontani dalla propria figlia e non poterla vivere tutti i giorni
e non avrei mai voluto questo per te. Spero che dentro di te possa trovare la
volontà e la forza per perdonarla. Non ha mai voluto farti del male.»
È incredibile come
riesce a farmi sentire quest’uomo. Avevo solo diciassette anni la prima volta
che mi sono presentato alla sua porta per conoscerlo e chiedergli ufficialmente
il permesso di frequentare sua figlia. Si poteva ritenere una cosa
inconcepibile per quei tempi, ma io già sapevo che con Bella sarebbe stato per sempre e volevo che anche suo padre
lo sapesse, che non pensasse che frequentavo sua figlia per puro divertimento. Nonostante
siano passati tanti anni, mi sento ancora quello stesso ragazzino con le mani
sudate che ha aspettato in silenzio alla sua porta mentre veniva scrutato sin
nell’anima e che aveva avuto la sua benedizione, unitamente alla promessa della
perdita di una parte fondamentale per la riproduzione della specie se avessi
mancato di rispetto alla sua adorata figlia.
Adesso lo stesso uomo
si sta scusando con me per non essere riuscito a convincere la figlia a non
privarmi del mio futuro e io non posso che apprezzarlo.
«Grazie, Charlie, temo
che ci vorrà ancora un po’ di tempo, ma mi sto impegnando perché sia così. È
ancora troppo presto, cerca di capirmi.» Non ho parlato in questi termini con
lei, ma voglio che suo padre sappia che non ho chiuso la porta in faccia alla
possibilità di formare la famiglia che sarebbe dovuta esistere dal primo
momento.
«Lo capisco, non hai
bisogno di giustificazioni. Io, probabilmente, avrei dato di matto al posto
tuo.»
Sghignazzo
leggermente, ritrovandomi a sorridere sinceramente dopo tanto tempo.
«In effetti non ho
reagito in modo particolarmente maturo. Tua figlia non ti ha raccontato niente?»
«No, mi ha detto solo
che sei stato molto comprensivo e disponibile a conoscere la piccola.»
«Devo ammetterlo è
stata molto più diplomatica di quanto lo sia stato io. Averla persa per tutti
questi anni e ritrovarmela davanti con un segreto come quello che si è tenuta
mi ha fatto impazzire.»
«Sei un uomo in gamba,
Edward, so che troverai il modo di far funzionare le cose.»
«Lo spero, Charlie» ed
è vero. Lo spero con tutte le mie forze.
Sono passati sei mesi
dall'intervento, la bambina non corre più il rischio di rigetto o di ammalarsi.
La convalescenza è stata lunga, ma adesso sembra che tutto stia andando per il
verso giusto.
Ho preso un periodo di
aspettativa per poter stare con lei… con loro in realtà, ma questo non gliel’ho
detto. Hanno preso in affitto un piccolo appartamento vicino all’ospedale dove
io passo praticamente tutto il mio tempo. È meraviglioso vivere mia figlia in
un ambiente familiare e lo è altrettanto vederla interagire con sua madre. Si
amano alla follia e non lo tengono nascosto al resto del mondo. Insieme ridono
e si fanno le coccole a vicenda, hanno sviluppato una complicità che mi ha
fatto sviluppare una grande invidia nei confronti di Bella nonostante mi sforzi
di non provarla. Mi chiedo se sarebbe stato lo stesso se anche io avessi fatto
parte del quadro generale sin dal primo momento; avrebbe avuto anche con me
quello stesso rapporto o non sarebbe cambiato niente? Non avrei mai saputo come
sarebbero andate le cose, ma avrei fatto in modo di cambiarle da adesso in poi.
Quando torno a casa la
sera, dopo aver passato tutto il giorno con loro, la testa mi scoppia, non
riesco a dormire bene e penso continuamente a loro. I sentimenti che provo per
Bella sono quelli che più mi mandano in confusione: da una parte il rancore che
provo per lei è ancora forte e presente, dall’altra passo ogni momento a
dovermi trattenere per non prenderla tra le braccia e farla mia a ogni ora. E la
mattina seguente ricomincia tutto da capo.
La sera leggo per Lizzie
prima della nanna. Sembra sempre più grande della sua età - come potrebbe
essere diverso visto quello che ha passato? -, ma la sera, quando è sdraiata in
quel lettino, con le coperte rimboccate e il viso ancora pallido, appare
piccola e indifesa come è giusto che sia e io non voglio fare altro che
proteggerla dal mondo intero.
Abbiamo sviluppato una
certa routine tra noi, certo, non lavorare dalle dodici alle quindici ore al
giorno in ospedale aiuta parecchio, lo ammetto. Se tutto va come spero, non
terrò più gli stessi ritmi di prima, se potrò riavere la mia famiglia, voglio
vivermela al massimo. Non potrò recuperare gli anni che ho perso, ma mi godrò
tutti quelli che verranno.
Abbiamo messo la bambina a
letto da pochi minuti, è ora che vada via, sto cercando un modo per rimandare
questo momento e Bella mi viene incontro come se capisse la mia riluttanza.
«Vuoi vedere un film?» Sono
sicuramente sorpreso di questa richiesta, ma non intendo perdere l’occasione.
Charlie è tornato a casa sua pochi giorni dopo l’intervento ed è tornato a
trovarle diverse volte in questi mesi, ma in questo momento siamo completamente
soli, tralasciando la piccola che dorme nella sua camera.
Il divano è piccolo e confortevole,
Bella porta con se due tazze di caffè, le appoggia sul tavolino davanti a noi e
recupera un plaid che sistema sulle nostre gambe prima di riprendere le tazze e
passarmene una.
Il film parte, ma la mia
mente è da tutt’altra parte. Averla tanto vicina mi fa sudare freddo, temo di
non riuscire a contenere la mia brama di sentirla vicina, molto più vicina di
quanto non sia in questo momento.
Ha lo sguardo concentrato
sullo schermo, ma la sua mano ferma a mezz’aria mi fa capire che ha la mente
distratta da qualcosa che non è il film. All’improvviso di volta, mi guarda
dritto negli occhi e comincia a parlare a voce molto bassa.
«Credi che riuscirai mai a
perdonarmi?» Deve leggere la confusione nella mia espressione perché riprende
prima che abbia la possibilità di rispondere. «So di non avere il diritto di
chiedertelo, so che è passato poco tempo da quando ti ho rivelato il mio
tradimento…»
Le tolgo la tazza dalle
mani rimettendola dove l’aveva sistemata lei poco prima, insieme alla mia.
Prendo le sue mani sentendole fredde tra le mie, non riesco a impedirmi di
portarmele alle labbra e posarci sopra dei piccoli baci. I suoi occhi si
riempiono di lacrime.
«Mi dispiace così tanto,
Edward. Mi sono pentita della mia decisione nel momento stesso in cui ti ho
raccontato quella bugia per allontanarmi da te, ma, ti giuro, ti giuro che
pensavo davvero che fosse meglio per te. Poi Elizabeth è arrivata ed era così
bella e il pensiero che tu non potessi vederla mi distruggeva l’anima e…» I
singhiozzi interrompono le sue parole confuse.
«Bella, quando ti ho
rivisto, quando ho capito che quella bambina bellissima era la tua, fatta con
chissà chi, ti ho odiata ben più di quanto avessi fatto negli anni di
separazione. Mi stavi sbattendo in faccia tutto quello che avevo desiderato per
noi, non lo sopportavo. Poi mi hai detto che avevo una figlia, che mi avevi
portato via tutto per… permettermi di
realizzare il mio sogno» le dico senza riuscire a trattenere il veleno che
ho dentro. La vedo trasalire e mi pento di non aver mantenuto la calma che mi
sono imposto. Lascio una delle sue mani per accarezzarle una guancia e togliere
le lacrime dalla sua pelle. I nostri visi sono vicini. Non so quando ci siamo
sporti uno verso l’altro, ma sento il calore del suo respiro sulle mie labbra. «Tu
non sai quanto vorrei odiarti, Bella. Vorrei trovare il modo di farti soffrire
come tu hai fatto con me, ma riesco solo ad amarti.»
Annulla la distanza che c’è
tra noi come se non aspettasse altro da anni, e forse è davvero così. Sfila la
mano dalla mia, portando entrambe le sue tra i miei capelli come era solita
fare quando stavamo insieme. È come tornare a respirare dopo anni di apnea. Il
mio petto si dilata, il cuore non pompa abbastanza in fretta, le mani non
possono trattenersi dal toccare i suoi fianchi, le nostre lingue si cercano
febbrili. Ci separiamo col fiato corto, Bella passa le mani e le labbra sulla
mia faccia come volesse riappropriarsi di qualcosa di fondamentale per la sua
vita.
«Mi dispiace. Mi dispiace.
Mi dispiace…» continua a ripeterlo all’infinito tra un bacio e l’altro e io,
semplicemente, le credo. Credo che sia reale e che forse possiamo ricominciare
da questo momento.
«Sono sempre stata tua, non
sarei mai stata di nessun altro, non lo sarò mai» ansima nella mia bocca. Il
senso di colpa mi dilania al pensiero che io, invece, avevo avuto altre donne.
Storie senza importanza, ma c’erano state. Mi rendo conto che è una reazione
assurda, io non conoscevo la verità, sapevo solo che mi aveva abbandonato per
un altro uomo.
«Io… Bella…»
«No, ti prego, non voglio
sentirtelo dire. So che è così, ma non dirlo, per favore. È colpa mia, so che
non l’avresti mai fatto se non ti avessi lasciato. Non voglio che stia male per
essere andato avanti con la tua vita.»
«Non l’ho fatto. Non avrei
mai potuto amare un’altra donna.»
«Mi basta. Possiamo
ricominciare, se sei disposto a perdonarmi.»
Non rispondo, l’emozione è
troppa. La prendo in braccio portandola nella sua camera. Ci spogliamo
velocemente, temo che non sarò in grado di andare lentamente, ma a quanto pare
anche per lei è lo stesso. Non dubito di quello che mi ha detto, se non ha
fatto sesso per tutti questi anni, in questo momento non è disposta ad
aspettare, ci sarà tempo in seguito per dolcezza e coccole.
Allineo il mio sesso al suo
e sto per entrare in lei quando mi ferma frustrata.
«Edward, non uso nessuna
protezione.» Non fermo il mio assalto andando avanti. Sono pulito, non ho il
minimo dubbio. Oltre a non aver mai fatto sesso senza protezione, faccio
regolarmente i controlli.
«Edward» ansima questa
volta, «mi… hai… sentito?»
«Sì e non mi importa. Sono
pulito, Bella, credimi e se dovesse arrivare un bambino questa volta ti terrò
legata a letto per nove mesi» le dico sorridendo e rabbrividendo sentendo il
suo calore avvolgermi. Dopo non c’è più tempo per niente se non per amarci come
avevamo sempre fatto.
Molto dopo, il capo di
Bella è appoggiato al mio petto, la mia mano vaga senza fretta sulla sua pelle.
«Dobbiamo parlare con
Elizabeth, subito, Bella.»
«Lo so. Sai che ho già
cominciato a parlarle di te in termini di famiglia. Concedimi ancora un po’ di
tempo. Lei già ti adora, non sarà difficile farti accettare. Per spiegarle
tutto il resto ci sarà tempo.» Solleva il viso per guardarmi. «È impossibile
non amarti, nostra figlia l’ha già capito.»
Parlare con la piccola non
è stato semplice, sapere che le stavo lontano per occuparmi di altri bambini non
l’ha convinta troppo sulla mia buona fede, lasciandola convinta che me ne sarei
andato da un momento all’altro per non tornare più. Farle capire perché non le
abbiamo detto subito quale fosse il mio ruolo all’interno della famiglia appena
ci siamo incontrati è stato ancora più complicato. Nessuno riesce a credere
quanto può essere acuto un bambino finché non lo vede mettere in ordine tutto
quello che gli è stato detto nel corso del tempo e se qualcosa non quadra,
allora sono dolori. Per mia figlia la cosa incredibile non è avere un padre,
quello l’ha sempre avuto, anche se solo per sentito dire, quello che non può
credere è che questo personaggio misterioso rimarrà con lei senza più andare
via.
Questa sera ha chiesto di
sentire la favola di Biancaneve, va pazza per questa storia e a me fa piacere
che sogni di principi e baci del vero amore. Sono queste le cose che dovrebbe
vivere una bambina così piccola, favole e divertimento, nessuno dovrebbe
passare il suo tempo in un ospedale in attesa di sapere se avrà o meno la
possibilità di vivere, figurarsi un bambino.
Bella è seduta accanto a me
mentre leggo per nostra figlia, ha le braccia avvolte intorno al corpo, ma non
denota tensione, è rilassata e un dolce sorriso le increspa le labbra.
Elizabeth ha lo sguardo sognante mentre sposta gli occhi da me a lei
ininterrottamente.
«Allora è così avere un
papà?» La sua voce impietrisce la mia, Bella scatta in avanti senza riuscire ad
alzarsi dalla poltroncina in cui si stava godendo quel momento, lo sguardo si
sposta terrorizzato su me. Poi, prendendo un respiro profondo, si siede sul
letto per essere più vicina alla piccola, le prende una mano scostandole una
ciocca di capelli dalla fronte.
«Sì, amore, è così avere un
papà. Forse non potrebbe passare tutto il suo tempo con noi come in questi
giorni, ma la sera tornerebbe a casa. Tutte le sere. Ti piacerebbe?»
Invece di rispondere,
Elizabeth si volta verso di me inclinando appena il capo, studiando il mio viso
con interesse estremo.
«A te piacerebbe, Edward?»
Ha cominciato a chiamarmi così molto tempo fa, quando l’ho pregata di non
chiamarmi dottore. Ha accettato a patto che io smettessi di chiamarla Angelo.
In questo momento non riesco a fare altro che annuire, non mi fido della mia
voce. Impiego alcuni secondi per coordinare cervello e corpo, mi avvicino alle
mie donne emozionato come non mi sono mai sentito.
«Sì, Lizzie, mi renderebbe
molto felice, se tu sei d’accordo.»
«Non farai piangere la mia
mamma?»
«Te lo prometto. Qualche
volta potremmo non essere d’accordo su qualcosa e potremmo discutere, ma farò
l’impossibile per non farla piangere. Voglio molto bene alla tua mamma» allungo
una mano sul suo viso accarezzandola «e voglio molto bene anche a te» le dico
infine.
«Allora sarai il mio papà
per sempre? Non andrai più via per curare gli altri bambini?»
«Continuerò a curare i
bambini» le dico non volendo mentirle ancora, «è molto importante che lo faccia,
ma ti giuro che non mi allontanerò mai più da te. Tornerò da te e dalla mamma
ogni sera. Qualche volta dovrò stare fuori più a lungo o, se sarà necessario,
dovrò uscire la notte, ma niente al mondo mi terrà lontano da voi più tempo di
quanto serva.»
Mi getta le braccia al
collo nascondendo il viso nel mio collo. «Va bene, papà.»
La stringo a me, guardo
Bella con occhi pieni di lacrime senza avere la forza di dire niente.
Non mi importa più di
quello che è stato. Forse non dimenticherò mai il dolore che ho provato, forse
una parte di me rimarrà segnata per sempre, ma farò tutto quello che posso per
godere la mia famiglia senza altri pensieri.
La mia vita, quella
vera, comincia adesso.

Mia carissima Perry i tuoi Edward sono incredibilmente travolgenti, ricchi di dolcezza e amore, sentimenti ai quali non possono resistere. Sì, perché anche quando vorresti farli apparire cattivi, capaci di odiare, nel loro profondo c'è sempre quella scintilla accesa d'amore che prima o poi non può fare a meno di uscire.
RispondiEliminaAncora una volta hai toccato il mio profondo così come già il barbone ha fatto mesi fa.
E' bellissima, dolcissima e intensa come sempre.
Grazie Paola, non so che dire, e non so fare le faccette che arrossiscono :D
EliminaNon posso farci niente, è più forte di me, non riesco a renderli cattivi sino in fondo. In questa storia Edward avrebbe avuto ogni sacrosanta ragione per odiare Bella, invece la perdona. Nella vita reale non potrebbe mai essere così, meglio sognare almeno nella fantasia.
E' vero! Non riesci a scrivere di Edward mettendolo in cattiva luce. E sei bravissima, le tue storie hanno un'impronta personale e un marchio di fabbrica. Pulite, dolci-amare, piene di sentimento.
RispondiEliminaBrava Perry!
JoTyP.
Grazie Jo, ad un certo punto ho pensato di farla finire con Edward che recupera il suo rapporto con la piccola ma decide di non perdonare Bella, ma le dita sono andate per i fatti loro e questo è il risultato.
EliminaHo il cuore tenero ahahahahahah
Grazie.
E meno male che c'è qualcuno che sa raccontarlo così bene il dolce cuore tenero di un uomo ferito. Hai una scrittura che scivola come un nastro di seta..accarezza e lascia sempre un brivido di piacere. Un bacio.
RispondiEliminaun nome una garanzia: Perrypotter! *.* mi sono sciolta come al solito *.* però dovresti cominciare a distribuirli in giro questi Edward SenzaMacchia e SenzaRancore ... *.* io ne prenoto subito uno!
RispondiEliminaAlla prossima e BRAVISSIMA!
Carol
No! Ma de che!!!! E' stato cattivissimo!!! hahahaahahahahahah!!!! Certo, Abbella ha preso una decisione un tantinello azzardata hahahahahahahah!!! Ma l'ha fatto per lui!!! Dovrebbe essere sconvolto in senso positivo!
RispondiEliminaMa anche no. hahahhaahhaahah!!!
Mia dolce Perry, questa storia è dolorosissima, ma leggerti è sempre un vero piacere, non solo scrivi molto bene, ma riesci a bilanciare perfettamente le varie parti della trama, non è da tutti. No, no.
Ok, Ora per favore vai anche tu a scrivere di quanto e come si vogliono bene, nel dettaglio, fisicamente i nostri eroi!!! ahahahahahahah!! Scherzo, avevo letto in un commento di un'altra storia qui nel non contest che avevi tralasciato questo dettaglio FONDAMENTALE, ma non è vero, hai scritto quello che andava scritto in una storia come questa. E ho apprezzato molto il realismo dei sentimenti.
Bravissima!
-Sparv-
Mi servono dei fazzoletti!!!!
RispondiEliminaMia carissima Perry leggerti e come farsi travolgere da un tir di emozioni incontrollabili tutte le volte!
Io ho esaurito gli aggettivi e complimenti con te!
I tuoi Edward sono sempre disarmante con i loro sentimenti e i loro pensieri!
Grazie per questi momenti...
Baci
Moni
Non si può non amare i tuoi Edward.....sono.....sono tutto ciò che si può desiderare.....
RispondiEliminaAhi che sofferenza ha dovuto vivere ma come sempre alla fine è stato ripagato da una felicità assoluta!!!
Grazie Perry per avermi donato questo nuovo gioiello, le tue storie sono sempre così meravigliose qualsiasi cosa succeda....
Grazie Un Bacio
JB
Io non devo leggere più nulla di tuo Perry....mi crei dipendenza mamma mia! Ieri sera ho finito di leggere tutte, la tua me la sono lasciata come ultima lettura...perchè sapevo che come al solito mi avrebbe tolto il fiato. Ogni storia che ho letto firmata da te...è stata un'emozione. Adoro come scrivi. Mannaggia a me. quando sono andata a letto mi sono presa il tablet ed ho letto tutte quelle tue che ho salvato! ahahahaha
RispondiEliminaTe l'ho detto...dipendenza!
Amo la storia.
Amo com'è scritta.
Bravissima, come sempre.
Un abbraccio
aly