martedì 9 settembre 2014

L'AMORE RITROVATO by Perrypotter Efp



L’amore ritrovato

O/S di Perrypotter Efp 

Corre intorno al tavolo. Ride senza sosta. Sa che non può sfuggirmi ancora per molto. È senza fiato, sente che sta per cedere e che presto sarà tra le mie braccia. Finge di essere seccata, ma il sorriso che riempie il suo viso e la luce brillante nei suoi occhi la smentiscono nettamente.
Ancora qualche giro intorno al tavolo e le mie braccia l’avvolgono teneramente. Non stringo, non è necessario, non vuole scappare davvero. La tengo in vita facendole il solletico, la sua schiena premuta sul mio petto, la sua risata risuona melodiosa fin nella mia anima. Volta il viso immergendo il suo sguardo marrone nei miei occhi, avvicina le labbra alle mie per un bacio tenero e appassionato allo stesso tempo.
«Ti amo, Edward Cullen.»
«Ti amo, Isabella Swan e ti sposerò. Presto, molto presto. Appena sarò in grado di offrirti tutto quello che meriti, diventerai mia moglie.»
«Allora sbrigati, dottore. Non voglio aspettare troppo.»
La bacio con tutta la passione e l’amore che sento dentro. Niente al mondo ci potrà separare, il nostro amore non ha confini. Presto finirò l’internato e la nostra vita continuerà senza più salite, ci saranno solo discese e le percorreremo insieme.
Il suo viso si adombra. Il tavolo del nostro piccolo appartamento sparisce, al suo posto il tavolino all’aperto del bar davanti all’ospedale. È fredda, non mi guarda, non mi stringe le mani come suo solito. Il suo tono è categorico, non mi da nessuna scelta.
So che sto sognando. Tento di svegliarmi, ma non ci riesco. Devo farlo, devo assolutamente svegliarmi. Non posso rivivere quel momento ancora una volta. È troppo doloroso. Il cuore mi sta scoppiando nel petto. La odio con tutto me stesso adesso. Non voglio sentire il mio cuore andare in mille pezzi ancora una volta.
«Non ti amo più...»
«Sono innamorata di un altro…»
«Addio, Edward…»

I colpi continui alla porta mi permettono di aprire gli occhi e non sentire quel dolore acuto che aspettavo, ma lui è comunque lì. È come una morsa che spreme il mio cuore in modo incessante. Dopo quasi sei anni non sono ancora riuscito a liberarmi di lei, del suo ricordo, delle sue labbra, delle sue menzogne.
Altri colpi mi costringono a riprendere coscienza della realtà. Grugnisco una risposta intellegibile persino per me.
La porta si apre e una testa timida fa capilino.
«Dottor Cullen, mi spiace disturbarla, ma la richiedono in pediatria.»
«Sparisci, Tyler. Ho fatto un turno di dodici ore al pronto soccorso. Cerca la Denali e portaci lei in pediatria.»
«Ma dottore…»
«Sparisci. Ho solo poche ore per riposarmi e riattaccare, in pediatria per l’appunto.»
Sono uno strutturato del reparto pediatrico. Se tutto va come deve, entro breve avrò la promozione che aspetto da sempre e diventerò il responsabile del reparto. Ancora poco tempo e il mio sogno diventerà realtà.
Peccato non poterne gioire con colei che ha giurato di restarmi accanto per sempre.
Volgo lo sguardo alla porta. Il giovane tirocinante è ancora lì.
«Che diavolo hai da stare impalato sulla porta?»
«Ecco… vede… la donna che è arrivata…»
«Che donna?»
«Non lo so. Ha detto solo che cercava il dottor Cullen. Le ho detto che non era di turno in pediatria, ma ha detto che se era in ospedale doveva vederla e che non sarebbe andata via finché non avesse visitato sua figlia.»
«Dio, sei un tale incompetente. Non sei in grado di dire a una donna che se un medico non è di turno deve essere assistita da un altro medico? Cosa farai quando sarai uno strutturato - sempre che tu ci arrivi - e ti costringeranno a rinunciare ai pochi minuti che avrai per riposare ed evitare in questo modo di uccidere qualcuno per il sonno?»
«Mi creda, dottore, ho provato a farla ragionare, ma è disperata. Vuole vedere solo lei e ha gli occhi tremendamente lucidi e…»
«Va bene. Va bene, ma questa te la faccio pagare. Ti conviene andare a mangiare in qualche angolo buio per i prossimi mesi perché troverò sempre qualcosa da farti fare ogni volta che ti vedrò seduto.»
«Ma dottore…»
«Taci! Mi irrita solo sentire la tua voce.»
Mi avvio lentamente verso la pediatria sbuffando. Il ragazzino mi sta dietro, testa bassa, espressione mogia. So di essere stato duro con lui, ma, per la miseria!, quello era il mio tempo per riposare. Non ho la testa per stare dietro all’isteria di una donna preoccupata per sua figlia, soprattutto dopo il mio solito, schifoso sogno che torna sempre ad assillarmi non appena abbasso la guardia.
«Dov’è?» chiedo spazientito al giovane alle mie spalle.
«Stanza quattro» mi risponde indicandomi il vetro trasparente dietro il quale una bimba sta seduta composta sul letto. «L’hanno mandata direttamente dal pronto soccorso.»
Recupero la cartellina senza guardare le informazioni contenute. Amo i bambini, prima di leggere dati e statistiche che li riguardano voglio avere un contatto con loro, interagire e farmi un’idea sulla piccola persona che ho davanti, prima che coi suoi problemi di salute.
Entro nella stanza e il sorriso che ho sulle labbra scompare quasi completamente quando poso lo sguardo su quel piccolo angelo.
Ha una bambola di pezza tra le mani, pettina i capelli di lana con le dita prima di stringerla tra le braccia e parlarle con gli occhi chiusi.
«Vedrai, Lily, questa volta andrà bene. Mamma dice che questa è l’ultima volta che facciamo la terapia. Il nuovo dottore ci guarirà e staremo bene.»
La piccola culla la sua bambola canticchiando una canzone smuovendo ricordi lontani che non riesco ad afferrare. Tyler, dietro di me, è silenzioso e affascinato quanto e più di me da quella creatura incantevole. Noto immediatamente che ha i capelli molto corti anche se non abbastanza da celare le onde morbide che le incorniceranno il viso una volta cresciuti. Ha fatto chemioterapia. Hanno un colore particolare, automaticamente porto una mano ai miei, sempre stravolti. La sua pelle è molto pallida, gli occhi sono cerchiati di scuro, le labbra mancano di quel colore acceso tipico dei bambini piccoli. Mi si stringe il cuore a vederla così, ho scelto questa branca della medicina perché ho bisogno di prendermi cura dei bambini, è una necessità fisica che mi permette di vedere il buono anche quando di buono c’è ben poco. Prendo un respiro profondo ricacciando indietro il dispiacere per lei, già sapendo che farò qualunque cosa sia in mio potere per ridare l’infanzia a questa bambina, ma è quando apre gli occhi puntandoli nei miei che mi manca il fiato. È come se potessi affogare in quel mare di cioccolato; le ciglia lunghe, la profondità di quello sguardo, inclina leggermente la testa e mi regala un sorriso splendente. Annaspo in cerca d’aria, vengo catapultato indietro nel tempo a quando mi perdevo nella profondità dello sguardo di Bella. Dio! Devo uscire da questo tunnel. Non posso restare a fissare una bambina che ha bisogno di me solo perché ha gli occhi marroni come milioni di altre persone nel pianeta. Certo, però, quel marrone così caldo…
«Dottore, tutto bene?»
Riemergo dal mio stato comatoso scrollando le spalle.
«Sì. Sì, tutto bene» sussurro più a me stesso che al ragazzo al mio fianco.
«Buongiorno, principessa. Sono il dottor Cullen e lui è il dottor Crowley. Come ti senti, Angelo?»
«Non mi chiamo Angelo» mi risponde senza perdere il sorriso, ma, anzi, arrossendo e abbassando gli occhi.
Signore, aiutami tu. Questa bambina mi sta riportando alla mente troppi ricordi.
«E come ti chiami?» le chiedo non volendo ancora guardare nella sua cartella.
«Elizabeth» mi dice con quel suo sorriso accattivante mentre il cervello mi sta scoppiando.
Se sarà una femmina la chiameremo Elizabeth, come tua nonna. Se sarà un maschio, invece, lo chiameremo Ethan.
E io non conto niente in questa decisione?
Io porto il peso, io decido i nomi concludeva sempre con quella sua faccetta buffa e risoluta mentre il mio cuore scoppiava di felicità.
La bambina mi guarda quasi preoccupata. Tyler, al mio fianco, lo è di sicuro.
«Hai un bellissimo nome, Angelo
Scoppia a ridere per la mia insistenza nel chiamarla in quel modo.
«Tu sei il dottore che mi guarirà? Mamma dice che puoi farlo solo tu.»
«Beh, ti posso assicurare che farò tutto quello che posso. È una promessa» le dico portandomi l’indice al cuore segnandoci una croce sopra.
Lei allarga gli occhi sorpresa. «Anche mia mamma lo fa. Quando fa croce sul cuore è sicuro, sicuro, sicuro che è una promessa vera.»
Se fai croce sul cuore è una promessa vera. Dopo non puoi rimangiarti quello che hai detto.
Sto impazzendo. Non trovo altre spiegazioni a questi miei continui viaggi nel tempo. Forse sono troppo stanco e non riesco a controllare la mia mente. Dovrei lasciare questa stanza e andare a riposare davvero. Dovrei prendere qualcosa che mi aiuti a non sognare e non svegliarmi più stanco di quando mi sdraio. Ma dovrei lasciare questa bambina a un altro dottore. Mai! C’è qualcosa che mi tiene avvinto alla piccola. Qualunque cosa sia. Sono costretto per l’ennesima volta a tornare coi piedi per terra.
«Tua mamma ha ragione. Non si può mentire se fai croce sul cuore.» Tento di sorridere al meglio del mio potenziale, ma non so quale sia il risultato. «Allora, cosa ti porta in questo luogo di allegria e spensieratezza?» L’ironia è palese e non dovrei assolutamente utilizzarla con una bambina. Per fortuna pare che non ci faccia caso e mi risponde come se le avessi fatto una domanda più che lecita, ma quello che dice mi getta ancora di più nello sconforto.
«Ho la licemia e devo fare un pianto
Ingoio il groppo che mi si è formato in gola tentando in ogni modo di non vedere quel piccolo angelo come la bambina che ho sempre sognato… che abbiamo sognato. Una bimba che rischia di morire molto presto, se non si trova un donatore compatibile.
«Dov’è la tua mamma, Angelo?»
«Sono qui.»
Il sussurro alle mie spalle mi gela il sangue nelle vene. Non può essere. Ti prego, ti prego, no. Qualcuno mi dica che mi sono fatto condizionare da questa bimba bellissima e dal rimpianto per il mio passato.
«Si dice leucemia, tesoro e trapianto.» E questa volta non posso davvero confondere la voce che tormenta i miei sogni notte dopo notte.
«Ecco, infatti» puntualizza la piccola guardandomi sorridente.
Il mio corpo rigido si rifiuta di voltarsi e incontrare colei che amo e odio con tutto me stesso, guardo invece in basso, alla cartella che stringo tra le mani, constatando per la prima volta coi miei occhi il nome della mia piccola paziente: Elizabeth Swan. Stronza bastarda! Ha davvero dato a sua figlia il nome di mia nonna. Come non fossero bastate le prese per il culo che mi ha rifilato ogni volta che giurava di amarmi.
Mi volto lentamente incontrando finalmente il suo sguardo e mi incazzo ancora di più con me stesso perché non credo di riuscire a dissimulare del tutto l’effetto che produce in me rivederla. È ancora più bella di quanto ricordassi, speravo che fosse diventata grassa, che la sua pelle fosse ingrigita a causa del fumo - anche se non ha mai fumato ci speravo -, che le sue labbra non fossero ancora rosse come le ricordavo, che i suoi occhi non fossero più quel caldo marrone che mi incantava ogni volta. Invece devo usare tutto il mio controllo per guardarla con freddezza anziché prenderla tra le braccia e forzare quelle labbra rosse con la mia lingua.
«Isabella, ti direi che è un piacere rivederti, se non temessi una punizione divina.»
Abbassa gli occhi che mi accorgo essere lucidi, si morde il labbro, congiunge le mani tremanti. La solita commedia insomma. Se fossi ancora lo stesso uomo che ha abbandonato anni fa, le prenderei le mani strofinando i pollici sui polsi, le solleverei il mento fino a immergere i miei occhi nei suoi, farei tutto ciò che posso per far scomparire l’aria triste dal suo viso. Ma non lo sono più, quella parte di me è morta insieme al mio cuore quando mi ha lasciato per un altro uomo. Forse il padre di sua figlia - e anche se non vorrei, il petto mi fa un male cane al pensiero -, forse quello prima di lui o quello ancora prima. Non posso sapere quanti uomini ha avuto in questi anni e mi piacerebbe poter affermare a voce alta che non me ne frega un cazzo di niente. La sua voce mi giunge tremante.
«Ciao, Edward.» Che grande attrice!
«Dove vivi tu hanno chiuso tutti gli ospedali?»
«Ho-ho bisogno di te.»
«Io ho avuto bisogno di te per molto tempo dopo che te ne sei andata, ma, ehi, che peccato!, te ne eri andata con un altro.» Mi odio per quello che ho detto, per averle fatto capire quanto mi ha ferito lasciandomi.
«Ti prego» sussurra in risposta.
«Mami?» Sposta lo sguardo per puntarlo sulla bambina facendole un sorriso stentato. Mi volto anche io vergognandomi come un ladro per essermi fatto prendere dalla rabbia davanti a una creatura così piccola che a bisogno solo di cure e tranquillità.
«È tutto a posto, amore.»
«No. Non è vero» risponde risoluta. «Non mi piace lui. Ti fa piangere.» Ci resto malissimo a sentirla parlare in quel modo. Non so perché, ma vorrei che pensasse il meglio di me. Forse è solo il mio orgoglio di medico, tutti i bambini che curo mi amano. Voglio che sia altrettanto anche con lei.
Mi supera mettendosi davanti a sua figlia. Si accovaccia per essere alla sua altezza prendendole le mani e baciandole dolcemente.
«No, amore, non mi fa piangere. Non preoccuparti. Edward ci aiuterà, è il dottore più bravo del mondo, te l’ho detto.»
«Ma se ti fa piangere torniamo a casa da nonno?»
«Promesso, piccola, ma non lo farà.» La piccola libera una mano portandola alla guancia di Bella, come se, con quel gesto, potesse conferirle amore e tranquillità e forse lo fa davvero perché riesco a vedere come lei chiude gli occhi respirando lentamente. Non è giusto che una bambina così piccola debba confortare la madre, dovrebbe essere il contrario e poi, dove diamine è il padre?
Bella riprende la posizione eretta voltandosi ancora verso di me.
«Possiamo parlare un momento?» Vorrei urlarle in faccia di andare a farsi fottere come ha fatto sino ad oggi, ma lo sguardo che mi lancia Elizabeth mi fa tornare sui miei passi. È stranissimo. Come se mi stesse sfidando a maltrattare la madre. Nei suoi occhi vedo confusione e forse anche un po’ di tristezza. Evidentemente non capisce perché sono tanto duro con sua madre e io ho solo voglia di riscattarmi ai suoi occhi.
Mi piazzo davanti a lei sorridendole come ho fatto prima, sembra funzionare anche se resta in lei un’aria leggermente guardinga.
«Senti, Angelo. Ti spiace se io e la tua mamma andiamo a prendere un caffè mentre il dottor Crowley ti tiene compagnia? Non staremo via molto, va bene?»
Sposta gli occhi da me a sua madre che la tranquillizza con un sorriso.
«Va bene» risponde alla fine lei.
Evito di toccare Bella standole dietro quando usciamo. Mi volto un’ultima volta rivolgendomi alla piccola: «Mi raccomando, Angelo, controllalo perché è un vero pasticcione. Non fargli toccare niente, intesi?»
Lei ride. Ha la più bella risata che abbia mai sentito, è più melodica persino di quella della madre.
Lasciamo la stanza dirigendoci verso la caffetteria dell’ospedale. Un posto neutrale è quello che mi occorre in questo momento. Non voglio trovarmi solo con lei, non voglio poter avere l’occasione di coprirla di insulti, né di rendermi ridicolo chiedendole cosa le ho fatto mancare per lasciarmi come un cane dopo anni di quella che ritenevo una relazione perfetta e piena d’amore. Vorrei poterle sventolare davanti agli occhi una bella fede matrimoniale al mio anulare sinistro, vorrei che sapesse che senza di lei sono stato benissimo e quello sarebbe il simbolo migliore per dimostrarle che sono andato avanti meravigliosamente senza di lei. Peccato non poterlo fare, peccato non aver incontrato una donna che si avvicinasse anche solo lontanamente a farmi provare i sentimenti meravigliosi che provavo con lei. Nel momento in cui si siede a un tavolo appartato, mi avvicino al banco per ordinare un caffè nero e un cappuccino chiaro con poca schiuma. Solo dopo aver portato l’ordinazione al tavolo mi rendo conto di non averle chiesto cosa preferisce. Magari ha cambiato gusti, ma prima che possa chiederle conferma la vedo togliersi furtivamente una lacrima dall’angolo dell’occhio. Mi conferma l’ordinazione ringraziandomi. Stringo la mascella fino a sentire dolore ai denti. Se non la smetto sarò io a dover essere curato, ai denti prima e al cuore dopo o forse il contrario. Che cazzo ha da piangere? Sono io quello che è stato mollato senza nessun preavviso.
Mi siedo rigido come uno stoccafisso. Attendo che beva un sorso del suo cappuccino prima di prendere la parola.
«Allora, ha davvero la leucemia?» Che domanda idiota! Chi mai direbbe alla figlia di avere una malattia simile se non fosse vero? In ogni caso, la risposta mi arriva forte e chiara negli occhi di Bella, lucidi e tristi.
«Quindi… sì… come te la passi?» Riuscirò a formulare una domanda che non sia frutto della più totale idiozia?
«Bene… bene.»
«Quindi… stai ancora con lui?» Vaffanculo. Vaffanculo. Vaffanculo a me.
«Edward, ti prego.»
«No, davvero. Non ci sono problemi. Puoi parlamene tranquillamente. Io sono… ok. Davvero.» Abbassa lo sguardo nel momento in cui gli occhi le diventano lucidi per l’ennesima volta.
«Quindi?» Voglio fare del male a lei o a me? Perché se è lei che voglio colpire dovrò applicarmi un po’ di più per evitare di sentire il mio cuore lacerarsi ancora e ancora.
«Io, non…»
«Eri già incinta?»
Solleva la testa di scatto sbarrando gli occhi. Beccata, eh?
«Quindi eri incinta.» Scuoto mestamente la testa mentre lei annuisce silenziosamente.
«Cristo! Ti amavo così tanto! Eri innamorata di lui?»
«Sì» sussurra conficcandomi un paletto nel cuore.
«E lui? Anche lui ti amava quando mi hai lasciato?»
«Io… io… credo di sì.»
«Mi hai mollato per uno del quale non eri nemmeno sicura?» Vorrei che la mia voce trasmettesse tutto il mio disgusto, ma riesco a produrre solo una sorta di lamentela alla quale non risponde.
«Lo ami ancora?» Si torce le mani, il cappuccino abbandonato sul tavolo.
«Non ho smesso un solo giorno di amarlo.»
Bene. L’ultimo brandello di cuore se n’è andato dritto, dritto al cesso. Meglio così. Forse adesso potrò andare avanti e lasciarmi questa storia alle spalle.
«Dov’è adesso?» sputo fuori con tutto il mio disprezzo.
«Io… non è lontano» mi dice abbassando ancora lo sguardo. È sempre stata una ragazza fiera, ha sempre tenuto alta la testa senza mai piegarsi. Adesso sembra solo un pulcino timoroso.
«Avete già fatto il test di compatibilità?» Anche questa è una domanda stupida, ma il medico che c’è in me ha bisogno di formularla per escludere le probabilità.
«Io sì.»
«Che cazzo significa tu sì? Dove diavole è il padre di Elizabeth? Tra l’altro, non ti è parso leggermente di cattivo gusto darle il nome di mia nonna?»
«Non avrei potuto darle nessun altro nome.»
«Sei davvero patetica. Cos’è, volevi ricordarti per il resto della vita dello sfigato che si è fatto prendere per il culo da te?»
«Ti prego, Edward» singhiozza.
«Risparmiami la recita, Bella. Anche lui deve fare il test. Trovare un donatore compatibile è un’impresa titanica. Prima di tutto è necessario cercarlo all’interno della sfera familiare del paziente. Non vuoi dare a tua figlia una possibilità di vivere una vita normale?»
«Lui… non sapeva che è malata.»
«Fammi indovinare? Hai mollato anche lui? Alla fine non era tutto quel granché che avevi immaginato?» Non posso fare a meno di gioire del fatto che la sua decisione sia stata quella sbagliata e che anche un altro abbia passato le mie stesse pene. Sono davvero miserabile, mi gratifico con le sofferenze di un poveraccio che nemmeno conosco. «Comunque, non sono affari miei quello che hai fatto della tua vita. Mi importa che gli chieda di fare il test per poter fare il trapianto alla bambina.» Devo pensare alla mia paziente adesso, tutto il resto non mi riguarda. Voglio farlo il prima possibile per organizzare l’equipe e la terapia per la piccola. «Quando intendi chiedergli di fare il test?»
Bella solleva gli occhi puntandoli nei miei. Non ci sono più lacrime, solo una ferma e fredda determinazione pur mantenendo una patina di tristezza immensa che mi lascia spaesato finché senza spostare lo sguardo mi dice: «Lo sto facendo adesso.»
Pensavo di averne avuto abbastanza. Credevo che niente mi avrebbe potuto ferire di più del suo abbandono. Ero convinto di non avere più un cuore da spezzare, invece il dolore che sento al petto mi toglie il fiato. Non può avermi fatto una cosa simile, eppure la verità è davanti ai miei occhi, nel riflesso dei suoi ancora fissi su di me. Sento che sto per vomitare. Devo allontanarmi subito da questo posto. Sposta la sedia talmente in fretta da rovesciarla. Le mani mi tremano mentre la raccolgo la sedia e la rimetto al suo posto.
«Vieni con me.» Devo andare via, subito. La guardo malamente, ma lei resta ferma dove si trova, intimorita dal mio atteggiamento.
Non hai ancora visto niente, maledetta stronza.
Stringo la mia mano sul suo braccio costringendola ad alzarsi. Ignoro bellamente il suo gemito di dolore. Dolore? E il mio allora? Che posto ha la mia di sofferenza in tutta questa storia di merda?
La costringo a camminare al mio fianco, apro la prima porta che incontro, lanciandola quasi all’interno.
«Parla» le ringhio contro.
«Edward, ti prego, calmati.»
Calmarmi? Faccio dei respiri profondi tentando con ogni fibra del mio essere di ascoltare la sua preghiera. Si possono contare sulle dita di una mano le volte che ho fatto a botte nella mia vita e sicuramente non ho mai nemmeno immaginato di picchiare una donna, ma - che Dio mi aiuti - ho voglia di mettere le mani al collo alla donna che mi trovo davanti.
«Parla, Isabella» sibilo provando a tenere un tono basso. «Adesso.» Devo essere assolutamente certo che quello che ho capito sia esattamente quello che è successo e devo sentirlo dalla sua voce.
«Io… io non volevo. È successo tutto così in fretta. Tu… il tuo sogno era…»
«No! Non dirlo, Bella. Non azzardarti a dire che l’hai fatto per me. Non provare nemmeno a dire che mi hai rubato la vita per farmi un favore.»
«Ma è vero» mi risponde come se avesse finalmente riacquistato la baldanza di un tempo. «Ormai stavi terminando il tirocinio, saresti diventato un dottore a tutti gli effetti, il tuo sogno si stava realizzando. Se ti avessi detto che aspettavo un figlio avresti abbandonato tutto, avresti cercato un lavoro per mantenerci e… non potevo permetterlo.»
«Quindi è vero» sussurro in procinto di piangere. «Elizabeth è mia figlia.»
«Sì» risponde sommessamente.
Mi allontano sferrando un pugno contro uno scaffale di fianco a me per non scaricare la mia rabbia su di lei.
«Porca puttana, Bella! Come hai potuto farmi una cosa simile? Sapevi che avrei fatto qualunque cosa per te. Sapevi che avrei mollato tutto per provvedere a voi e, che tu sia dannata, Isabella, sapevi quanto desideravo avere una famiglia con te.»
«Mi dispiace. Pensavo di dirtelo quando avresti passato l’esame, ma poi Lizzie si è ammalata e ho dovuto pensare a lei e alla terapia e il tempo passava… Non sapevo se ti fosse rifatto una vita, non volevo piombare di nuovo nella tua vita e sconvolgerla.»
«E quindi hai pensato bene di tenermi nascosta mia figlia» affermo senza celare il mio disgusto. «Me l’avresti mai detto? Se Elizabeth non si fosse ammalata, mi avresti mai informato della sua esistenza?» Abbassa lo sguardo mordendosi il labbro. Mi fa incazzare ancora di più quindi decido di lasciar perdere. «Non importa, non più ormai. Adesso voglio solo pensare a mia figlia e alla sua salute. Prima di tutto accerteremo la compatibilità e poi predisporrò tutto per il trapianto. Non voglio neanche pensare all’eventualità che non sia possibile, ti consiglio di pregare ogni Santo che conosci in Paradiso affinché questi cinque anni che mi hai rubato non siano gli unici a sua disposizione» le dico lasciando la minaccia in sospeso e neanche troppo. Pensi quello che vuole, l’importante è che non speri di avere sconti da parte mia. La odio, mi ha fatto più male di quanto potrebbe mai fare nessun altro al posto suo; il massimo per me, sarebbe non provare questa voglia immensa di prenderla tra le braccia, stringerla sino ad inglobarla nel mio corpo per non permetterle mai più di allontanarsi da ma, baciarla e dirle che niente ha più importanza ora che è di nuovo insieme a me e nostra figlia con noi. Sono solo un patetico idiota del cazzo.
Un altro tarlo mi ossessiona, però.
«Cosa sa lei di me? Cosa sa di suo padre?» Bella continua a guardare il pavimento o gli scaffali che ci circondano, ma quando risponde mi guarda negli occhi.
«Sa che sei un dottore molto bravo, che ti occupi di tanti bambini che hanno bisogno del tuo aiuto e che ti trovi lontano e impossibilitato a stare con noi.»
«E per quanto ancora avevi intenzione di rifilarle questa stronzata? Quanto credi che avrebbe impiegato ancora prima di capire che ovunque mi trovassi nel mondo avrei potuto trovare il modo per farmi sentire? O speravi che morisse prima che cominciasse a fare domande imbarazzanti?»
Il dolore nei suoi occhi è talmente intenso che riesce a farmi sentire una merda totale. Sono stato meschino e cattivo oltre ogni possibile giustificazione, so che non penserebbe mai una cosa simile come so che dovrei scusarmi, invece mi volto e apro la porta che ci tiene separati dal resto del mondo uscendo da quella stanza in silenzio.
Sento la sua presenza dietro di me e un piccolo singhiozzo sfuggito alla sua volontà. Maledizione! Non voglio che mi faccia pena. Sono io quello che è stato ferito in questa storia, non lei. Sono io che sono stato privato del mio diritto di padre, che non ho sentito la sua prima parola, che non ho visto i suoi primi passi, che non ho potuto cullarla le notti in cui non riusciva a dormire. Trattengo a stento le lacrime, non voglio farmi vedere in queste condizioni dal resto del personale e non voglio che lei mi veda così. Sarebbe stato tutto talmente semplice se me ne avesse parlato, avremmo trovato un modo per farcela comunque, sarei diventato ugualmente un medico; forse avrei impiegato un po’ di più, ma saremmo stati insieme e io avrei continuato ad amarla follemente come ho sempre fatto anziché odiarla ferocemente. Ma poi, è davvero così? La odio davvero o la amo come prima?
«Mi dispiace davvero, Edward. Spero che un giorno riuscirai a perdonarmi» mi sussurra da dietro le spalle e io davvero non so se sta parlando con me o con sé stessa. Non rispondo, non ne ho la forza perché sento che sto già cedendo e non lo voglio ammettere nemmeno nel mio intimo.

Bastano pochi giorni per stabilire la mia compatibilità per il trapianto e non sto più nella pelle. Quando ho guardato i risultati mi è sembrato di impazzire dalla felicità. Bella, al contrario di me, non riesce a contenere le lacrime, prende la piccola in braccio pur essendo già molto lunga per la sua età e la fa girare in tondo assorbendo la sua linfa attraverso il contatto; Elizabeth ride felice e, senza capire come, mi trovo coinvolto in un abbraccio di famiglia che mi fa esplodere il cuore.
«Allora è vero che sei il dottore più bravo del mondo» mi dice mia figlia baciandomi una guancia. È in quel momento che i miei occhi diventano lucidi e la voce mi si incrina pericolosamente.
«No, piccola, non sono così bravo, ma sono felice che lo pensi.» Accarezzo la sua guancia rosa che mi ustiona le dita. Lei inclina leggermente il viso come se volesse assaporare la sensazione della mia mano.
Dio mio, l’amo! Amo follemente questa bambina che conosco da pochi giorni e, per assurdo, sembra che anche lei abbia sviluppato un certo affetto nei miei confronti. Non ho mai provato niente di simile nemmeno per sua madre, è diverso, potente, totalizzante, mi fa sentire come se potessi fare qualsiasi cosa. Non voglio mai più fare a meno di tutto questo.
Nei giorni passati ho saputo che quando si è scoperta incinta, Bella è tornata a vivere da suo padre, che lavora part time in un negozio di alimentari della zona e non vede, né sente spesso sua madre che abita dall’altra parte del Paese col secondo marito, ma soprattutto mi ha detto che Elizabeth ama gli animali e vorrebbe un cane, un paio di gatti, una tartaruga e un centinaio di uccellini; mi ha detto che è molto intelligente e sveglia - non che non l’avessi capito da solo -, che le piace disegnare e usa sempre colori vivaci anche quando ci starebbe meglio un colore più cupo e che, al contrario, non ama essere vestita come una bambolina. Preferisce i peluche alle bambole, fatta eccezione per quella di pezza che non lascia mai, e ama immensamente sua madre, ma questo l’ho capito da come si comporta con lei. Mentre parlava di nostra figlia, era come se tutta la tristezza che le ho visto negli occhi fosse scomparsa, come se si trovasse in un mondo tutto suo dove Lizzie è il centro assoluto della sua esistenza. Ho invidiato ogni singolo momento che mi ha raccontato e ho stretto mani e denti per non sputarle addosso tutto il mio rancore ancora una volta. Dobbiamo tenere un atteggiamento civile, è indispensabile se voglio avere un rapporto con mia figlia, il resto si aggiusterà, in un modo o nell’altro.

Cerco di passare sempre più tempo con la piccola in modo che si abitui alla mia presenza prima di rivelarle il nostro rapporto. Vorrei che si affezionasse a me almeno un decimo di quanto io lo sono a lei, so che non sarà facile farmi accettare da lei, dopotutto le è stato detto che, per tutto questo tempo, ho preferito prendermi cura di altri bambini che di mia figlia. Voglio che, insieme a Bella, arriviamo a farle capire che non è colpa mia se non sono stato presente nella sua vita, ma non voglio che capisca quanto sua madre si sia comportata male o che avverta l’astio che ancora provo per lei. Vorrei che la sua vita fosse serena e che, magari, cominci a dividere l’amore che prova per Bella donandone un po’ anche a me, che provi a vedermi non soltanto come il suo dottore, ma come suo padre. Bella ha già iniziato a parlarle e farle capire che sono qualcosa in più di un estraneo che le ha donato il midollo, ma lei è ancora troppo piccola per capirlo, ci vorrà del tempo.
Anche Charlie è arrivato in ospedale, per stare vicino a sua figlia, ma anche alla piccola. Per prima cosa abbraccia Elizabeth consegnandole un nuovo peluche, un pony, subito dopo da un veloce abbraccio imbarazzato a Bella e poi si rivolge a me con aria seria.
«Edward» mi dice porgendomi la mano che prontamente stringo, «vorrei che sapessi che non sono mai stato d’accordo con la sua decisione, ma è mia figlia e ho dovuto rispettare la sua volontà. Se fosse dipeso da me, non avresti passato neanche un giorno lontano da loro, soprattutto viste le motivazioni. So come ci si sente a stare lontani dalla propria figlia e non poterla vivere tutti i giorni e non avrei mai voluto questo per te. Spero che dentro di te possa trovare la volontà e la forza per perdonarla. Non ha mai voluto farti del male.»
È incredibile come riesce a farmi sentire quest’uomo. Avevo solo diciassette anni la prima volta che mi sono presentato alla sua porta per conoscerlo e chiedergli ufficialmente il permesso di frequentare sua figlia. Si poteva ritenere una cosa inconcepibile per quei tempi, ma io già sapevo che con Bella sarebbe stato per sempre e volevo che anche suo padre lo sapesse, che non pensasse che frequentavo sua figlia per puro divertimento. Nonostante siano passati tanti anni, mi sento ancora quello stesso ragazzino con le mani sudate che ha aspettato in silenzio alla sua porta mentre veniva scrutato sin nell’anima e che aveva avuto la sua benedizione, unitamente alla promessa della perdita di una parte fondamentale per la riproduzione della specie se avessi mancato di rispetto alla sua adorata figlia.
Adesso lo stesso uomo si sta scusando con me per non essere riuscito a convincere la figlia a non privarmi del mio futuro e io non posso che apprezzarlo.
«Grazie, Charlie, temo che ci vorrà ancora un po’ di tempo, ma mi sto impegnando perché sia così. È ancora troppo presto, cerca di capirmi.» Non ho parlato in questi termini con lei, ma voglio che suo padre sappia che non ho chiuso la porta in faccia alla possibilità di formare la famiglia che sarebbe dovuta esistere dal primo momento.
«Lo capisco, non hai bisogno di giustificazioni. Io, probabilmente, avrei dato di matto al posto tuo.»
Sghignazzo leggermente, ritrovandomi a sorridere sinceramente dopo tanto tempo.
«In effetti non ho reagito in modo particolarmente maturo. Tua figlia non ti ha raccontato niente?»
«No, mi ha detto solo che sei stato molto comprensivo e disponibile a conoscere la piccola.»
«Devo ammetterlo è stata molto più diplomatica di quanto lo sia stato io. Averla persa per tutti questi anni e ritrovarmela davanti con un segreto come quello che si è tenuta mi ha fatto impazzire.»
«Sei un uomo in gamba, Edward, so che troverai il modo di far funzionare le cose.»
«Lo spero, Charlie» ed è vero. Lo spero con tutte le mie forze.

Sono passati sei mesi dall'intervento, la bambina non corre più il rischio di rigetto o di ammalarsi. La convalescenza è stata lunga, ma adesso sembra che tutto stia andando per il verso giusto.
Ho preso un periodo di aspettativa per poter stare con lei… con loro in realtà, ma questo non gliel’ho detto. Hanno preso in affitto un piccolo appartamento vicino all’ospedale dove io passo praticamente tutto il mio tempo. È meraviglioso vivere mia figlia in un ambiente familiare e lo è altrettanto vederla interagire con sua madre. Si amano alla follia e non lo tengono nascosto al resto del mondo. Insieme ridono e si fanno le coccole a vicenda, hanno sviluppato una complicità che mi ha fatto sviluppare una grande invidia nei confronti di Bella nonostante mi sforzi di non provarla. Mi chiedo se sarebbe stato lo stesso se anche io avessi fatto parte del quadro generale sin dal primo momento; avrebbe avuto anche con me quello stesso rapporto o non sarebbe cambiato niente? Non avrei mai saputo come sarebbero andate le cose, ma avrei fatto in modo di cambiarle da adesso in poi.
Quando torno a casa la sera, dopo aver passato tutto il giorno con loro, la testa mi scoppia, non riesco a dormire bene e penso continuamente a loro. I sentimenti che provo per Bella sono quelli che più mi mandano in confusione: da una parte il rancore che provo per lei è ancora forte e presente, dall’altra passo ogni momento a dovermi trattenere per non prenderla tra le braccia e farla mia a ogni ora. E la mattina seguente ricomincia tutto da capo.
La sera leggo per Lizzie prima della nanna. Sembra sempre più grande della sua età - come potrebbe essere diverso visto quello che ha passato? -, ma la sera, quando è sdraiata in quel lettino, con le coperte rimboccate e il viso ancora pallido, appare piccola e indifesa come è giusto che sia e io non voglio fare altro che proteggerla dal mondo intero.
Abbiamo sviluppato una certa routine tra noi, certo, non lavorare dalle dodici alle quindici ore al giorno in ospedale aiuta parecchio, lo ammetto. Se tutto va come spero, non terrò più gli stessi ritmi di prima, se potrò riavere la mia famiglia, voglio vivermela al massimo. Non potrò recuperare gli anni che ho perso, ma mi godrò tutti quelli che verranno.
Abbiamo messo la bambina a letto da pochi minuti, è ora che vada via, sto cercando un modo per rimandare questo momento e Bella mi viene incontro come se capisse la mia riluttanza.
«Vuoi vedere un film?» Sono sicuramente sorpreso di questa richiesta, ma non intendo perdere l’occasione. Charlie è tornato a casa sua pochi giorni dopo l’intervento ed è tornato a trovarle diverse volte in questi mesi, ma in questo momento siamo completamente soli, tralasciando la piccola che dorme nella sua camera.
Il divano è piccolo e confortevole, Bella porta con se due tazze di caffè, le appoggia sul tavolino davanti a noi e recupera un plaid che sistema sulle nostre gambe prima di riprendere le tazze e passarmene una.
Il film parte, ma la mia mente è da tutt’altra parte. Averla tanto vicina mi fa sudare freddo, temo di non riuscire a contenere la mia brama di sentirla vicina, molto più vicina di quanto non sia in questo momento.
Ha lo sguardo concentrato sullo schermo, ma la sua mano ferma a mezz’aria mi fa capire che ha la mente distratta da qualcosa che non è il film. All’improvviso di volta, mi guarda dritto negli occhi e comincia a parlare a voce molto bassa.
«Credi che riuscirai mai a perdonarmi?» Deve leggere la confusione nella mia espressione perché riprende prima che abbia la possibilità di rispondere. «So di non avere il diritto di chiedertelo, so che è passato poco tempo da quando ti ho rivelato il mio tradimento…»
Le tolgo la tazza dalle mani rimettendola dove l’aveva sistemata lei poco prima, insieme alla mia. Prendo le sue mani sentendole fredde tra le mie, non riesco a impedirmi di portarmele alle labbra e posarci sopra dei piccoli baci. I suoi occhi si riempiono di lacrime.
«Mi dispiace così tanto, Edward. Mi sono pentita della mia decisione nel momento stesso in cui ti ho raccontato quella bugia per allontanarmi da te, ma, ti giuro, ti giuro che pensavo davvero che fosse meglio per te. Poi Elizabeth è arrivata ed era così bella e il pensiero che tu non potessi vederla mi distruggeva l’anima e…» I singhiozzi interrompono le sue parole confuse.
«Bella, quando ti ho rivisto, quando ho capito che quella bambina bellissima era la tua, fatta con chissà chi, ti ho odiata ben più di quanto avessi fatto negli anni di separazione. Mi stavi sbattendo in faccia tutto quello che avevo desiderato per noi, non lo sopportavo. Poi mi hai detto che avevo una figlia, che mi avevi portato via tutto per… permettermi di realizzare il mio sogno» le dico senza riuscire a trattenere il veleno che ho dentro. La vedo trasalire e mi pento di non aver mantenuto la calma che mi sono imposto. Lascio una delle sue mani per accarezzarle una guancia e togliere le lacrime dalla sua pelle. I nostri visi sono vicini. Non so quando ci siamo sporti uno verso l’altro, ma sento il calore del suo respiro sulle mie labbra. «Tu non sai quanto vorrei odiarti, Bella. Vorrei trovare il modo di farti soffrire come tu hai fatto con me, ma riesco solo ad amarti.»
Annulla la distanza che c’è tra noi come se non aspettasse altro da anni, e forse è davvero così. Sfila la mano dalla mia, portando entrambe le sue tra i miei capelli come era solita fare quando stavamo insieme. È come tornare a respirare dopo anni di apnea. Il mio petto si dilata, il cuore non pompa abbastanza in fretta, le mani non possono trattenersi dal toccare i suoi fianchi, le nostre lingue si cercano febbrili. Ci separiamo col fiato corto, Bella passa le mani e le labbra sulla mia faccia come volesse riappropriarsi di qualcosa di fondamentale per la sua vita.
«Mi dispiace. Mi dispiace. Mi dispiace…» continua a ripeterlo all’infinito tra un bacio e l’altro e io, semplicemente, le credo. Credo che sia reale e che forse possiamo ricominciare da questo momento.
«Sono sempre stata tua, non sarei mai stata di nessun altro, non lo sarò mai» ansima nella mia bocca. Il senso di colpa mi dilania al pensiero che io, invece, avevo avuto altre donne. Storie senza importanza, ma c’erano state. Mi rendo conto che è una reazione assurda, io non conoscevo la verità, sapevo solo che mi aveva abbandonato per un altro uomo.
«Io… Bella…»
«No, ti prego, non voglio sentirtelo dire. So che è così, ma non dirlo, per favore. È colpa mia, so che non l’avresti mai fatto se non ti avessi lasciato. Non voglio che stia male per essere andato avanti con la tua vita.»
«Non l’ho fatto. Non avrei mai potuto amare un’altra donna.»
«Mi basta. Possiamo ricominciare, se sei disposto a perdonarmi.»
Non rispondo, l’emozione è troppa. La prendo in braccio portandola nella sua camera. Ci spogliamo velocemente, temo che non sarò in grado di andare lentamente, ma a quanto pare anche per lei è lo stesso. Non dubito di quello che mi ha detto, se non ha fatto sesso per tutti questi anni, in questo momento non è disposta ad aspettare, ci sarà tempo in seguito per dolcezza e coccole.
Allineo il mio sesso al suo e sto per entrare in lei quando mi ferma frustrata.
«Edward, non uso nessuna protezione.» Non fermo il mio assalto andando avanti. Sono pulito, non ho il minimo dubbio. Oltre a non aver mai fatto sesso senza protezione, faccio regolarmente i controlli.
«Edward» ansima questa volta, «mi… hai… sentito?»
«Sì e non mi importa. Sono pulito, Bella, credimi e se dovesse arrivare un bambino questa volta ti terrò legata a letto per nove mesi» le dico sorridendo e rabbrividendo sentendo il suo calore avvolgermi. Dopo non c’è più tempo per niente se non per amarci come avevamo sempre fatto.
Molto dopo, il capo di Bella è appoggiato al mio petto, la mia mano vaga senza fretta sulla sua pelle.
«Dobbiamo parlare con Elizabeth, subito, Bella.»
«Lo so. Sai che ho già cominciato a parlarle di te in termini di famiglia. Concedimi ancora un po’ di tempo. Lei già ti adora, non sarà difficile farti accettare. Per spiegarle tutto il resto ci sarà tempo.» Solleva il viso per guardarmi. «È impossibile non amarti, nostra figlia l’ha già capito.»

Parlare con la piccola non è stato semplice, sapere che le stavo lontano per occuparmi di altri bambini non l’ha convinta troppo sulla mia buona fede, lasciandola convinta che me ne sarei andato da un momento all’altro per non tornare più. Farle capire perché non le abbiamo detto subito quale fosse il mio ruolo all’interno della famiglia appena ci siamo incontrati è stato ancora più complicato. Nessuno riesce a credere quanto può essere acuto un bambino finché non lo vede mettere in ordine tutto quello che gli è stato detto nel corso del tempo e se qualcosa non quadra, allora sono dolori. Per mia figlia la cosa incredibile non è avere un padre, quello l’ha sempre avuto, anche se solo per sentito dire, quello che non può credere è che questo personaggio misterioso rimarrà con lei senza più andare via.
Questa sera ha chiesto di sentire la favola di Biancaneve, va pazza per questa storia e a me fa piacere che sogni di principi e baci del vero amore. Sono queste le cose che dovrebbe vivere una bambina così piccola, favole e divertimento, nessuno dovrebbe passare il suo tempo in un ospedale in attesa di sapere se avrà o meno la possibilità di vivere, figurarsi un bambino.
Bella è seduta accanto a me mentre leggo per nostra figlia, ha le braccia avvolte intorno al corpo, ma non denota tensione, è rilassata e un dolce sorriso le increspa le labbra. Elizabeth ha lo sguardo sognante mentre sposta gli occhi da me a lei ininterrottamente.
«Allora è così avere un papà?» La sua voce impietrisce la mia, Bella scatta in avanti senza riuscire ad alzarsi dalla poltroncina in cui si stava godendo quel momento, lo sguardo si sposta terrorizzato su me. Poi, prendendo un respiro profondo, si siede sul letto per essere più vicina alla piccola, le prende una mano scostandole una ciocca di capelli dalla fronte.
«Sì, amore, è così avere un papà. Forse non potrebbe passare tutto il suo tempo con noi come in questi giorni, ma la sera tornerebbe a casa. Tutte le sere. Ti piacerebbe?»
Invece di rispondere, Elizabeth si volta verso di me inclinando appena il capo, studiando il mio viso con interesse estremo.
«A te piacerebbe, Edward?» Ha cominciato a chiamarmi così molto tempo fa, quando l’ho pregata di non chiamarmi dottore. Ha accettato a patto che io smettessi di chiamarla Angelo. In questo momento non riesco a fare altro che annuire, non mi fido della mia voce. Impiego alcuni secondi per coordinare cervello e corpo, mi avvicino alle mie donne emozionato come non mi sono mai sentito.
«Sì, Lizzie, mi renderebbe molto felice, se tu sei d’accordo.»
«Non farai piangere la mia mamma?»
«Te lo prometto. Qualche volta potremmo non essere d’accordo su qualcosa e potremmo discutere, ma farò l’impossibile per non farla piangere. Voglio molto bene alla tua mamma» allungo una mano sul suo viso accarezzandola «e voglio molto bene anche a te» le dico infine.
«Allora sarai il mio papà per sempre? Non andrai più via per curare gli altri bambini?»
«Continuerò a curare i bambini» le dico non volendo mentirle ancora, «è molto importante che lo faccia, ma ti giuro che non mi allontanerò mai più da te. Tornerò da te e dalla mamma ogni sera. Qualche volta dovrò stare fuori più a lungo o, se sarà necessario, dovrò uscire la notte, ma niente al mondo mi terrà lontano da voi più tempo di quanto serva.»
Mi getta le braccia al collo nascondendo il viso nel mio collo. «Va bene, papà.»
La stringo a me, guardo Bella con occhi pieni di lacrime senza avere la forza di dire niente.
Non mi importa più di quello che è stato. Forse non dimenticherò mai il dolore che ho provato, forse una parte di me rimarrà segnata per sempre, ma farò tutto quello che posso per godere la mia famiglia senza altri pensieri.

La mia vita, quella vera, comincia adesso.

10 commenti:

  1. Mia carissima Perry i tuoi Edward sono incredibilmente travolgenti, ricchi di dolcezza e amore, sentimenti ai quali non possono resistere. Sì, perché anche quando vorresti farli apparire cattivi, capaci di odiare, nel loro profondo c'è sempre quella scintilla accesa d'amore che prima o poi non può fare a meno di uscire.
    Ancora una volta hai toccato il mio profondo così come già il barbone ha fatto mesi fa.
    E' bellissima, dolcissima e intensa come sempre.

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    1. Grazie Paola, non so che dire, e non so fare le faccette che arrossiscono :D
      Non posso farci niente, è più forte di me, non riesco a renderli cattivi sino in fondo. In questa storia Edward avrebbe avuto ogni sacrosanta ragione per odiare Bella, invece la perdona. Nella vita reale non potrebbe mai essere così, meglio sognare almeno nella fantasia.

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  2. E' vero! Non riesci a scrivere di Edward mettendolo in cattiva luce. E sei bravissima, le tue storie hanno un'impronta personale e un marchio di fabbrica. Pulite, dolci-amare, piene di sentimento.
    Brava Perry!
    JoTyP.

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    1. Grazie Jo, ad un certo punto ho pensato di farla finire con Edward che recupera il suo rapporto con la piccola ma decide di non perdonare Bella, ma le dita sono andate per i fatti loro e questo è il risultato.
      Ho il cuore tenero ahahahahahah
      Grazie.

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  3. E meno male che c'è qualcuno che sa raccontarlo così bene il dolce cuore tenero di un uomo ferito. Hai una scrittura che scivola come un nastro di seta..accarezza e lascia sempre un brivido di piacere. Un bacio.

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  4. un nome una garanzia: Perrypotter! *.* mi sono sciolta come al solito *.* però dovresti cominciare a distribuirli in giro questi Edward SenzaMacchia e SenzaRancore ... *.* io ne prenoto subito uno!
    Alla prossima e BRAVISSIMA!
    Carol

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  5. No! Ma de che!!!! E' stato cattivissimo!!! hahahaahahahahahah!!!! Certo, Abbella ha preso una decisione un tantinello azzardata hahahahahahahah!!! Ma l'ha fatto per lui!!! Dovrebbe essere sconvolto in senso positivo!
    Ma anche no. hahahhaahhaahah!!!
    Mia dolce Perry, questa storia è dolorosissima, ma leggerti è sempre un vero piacere, non solo scrivi molto bene, ma riesci a bilanciare perfettamente le varie parti della trama, non è da tutti. No, no.
    Ok, Ora per favore vai anche tu a scrivere di quanto e come si vogliono bene, nel dettaglio, fisicamente i nostri eroi!!! ahahahahahahah!! Scherzo, avevo letto in un commento di un'altra storia qui nel non contest che avevi tralasciato questo dettaglio FONDAMENTALE, ma non è vero, hai scritto quello che andava scritto in una storia come questa. E ho apprezzato molto il realismo dei sentimenti.
    Bravissima!
    -Sparv-

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  6. Mi servono dei fazzoletti!!!!
    Mia carissima Perry leggerti e come farsi travolgere da un tir di emozioni incontrollabili tutte le volte!
    Io ho esaurito gli aggettivi e complimenti con te!
    I tuoi Edward sono sempre disarmante con i loro sentimenti e i loro pensieri!
    Grazie per questi momenti...
    Baci
    Moni

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  7. Non si può non amare i tuoi Edward.....sono.....sono tutto ciò che si può desiderare.....
    Ahi che sofferenza ha dovuto vivere ma come sempre alla fine è stato ripagato da una felicità assoluta!!!
    Grazie Perry per avermi donato questo nuovo gioiello, le tue storie sono sempre così meravigliose qualsiasi cosa succeda....
    Grazie Un Bacio

    JB

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  8. Io non devo leggere più nulla di tuo Perry....mi crei dipendenza mamma mia! Ieri sera ho finito di leggere tutte, la tua me la sono lasciata come ultima lettura...perchè sapevo che come al solito mi avrebbe tolto il fiato. Ogni storia che ho letto firmata da te...è stata un'emozione. Adoro come scrivi. Mannaggia a me. quando sono andata a letto mi sono presa il tablet ed ho letto tutte quelle tue che ho salvato! ahahahaha
    Te l'ho detto...dipendenza!
    Amo la storia.
    Amo com'è scritta.
    Bravissima, come sempre.
    Un abbraccio
    aly

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